Sanremo 2022, Vince Tempera, veterano del Festival: “Ora solo finti maestri sul podio dell’Ariston”

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È stato il tastierista e arrangiatore nei Musici di Francesco Guccini, fino a quando il maestrone ha voluto cantare. Compositore di canzoni e di famose sigle dei cartoni animati come Ufo Robot e Goldrake, Vince Tempera, 75 anni, ha attraversato il rock negli anni Settanta con band come i Pleasure Machine e Il Volo, è stato tra i protagonisti della stagione d’oro della canzone d’autore, ha lavorato con Lucio Battisti e con Mina, ha arrangiato brani per Loredana Bertè, Marcella Bella e Giuni Russo. Ma, soprattutto, per anni Tempera è salito sul podio del teatro Ariston per dirigere l’orchestra del Festival di Sanremo.

Quante volte ha diretto l’orchestra all’Ariston?
“Ho cominciato come direttore d’orchestra al Festival nel 1969 quando diressi Zingara per Iva Zanicchi, che quell’anno vinse, e anche Non sarà un’avventura per Wilson Picket. Negli anni ho diretto l’orchestra tante volte, per Rocky Roberts, per i Giganti, per i Nomadi, per tanti altri. Per molti di loro avevo anche curato gli arrangiamenti dei dischi”.

Fino a quando ha diretto?
“L’ultima volta è stata nel 2016 per Francesco Gabbani con Amen. Del resto, negli ultimi anni le esibizioni avvengono spesso con l’ausilio di finti direttori d’orchestra, vengono utilizzate molto le sequenze: basta alzare un braccio e la sequenza parte, l’orchestra allora segue e suona. Non lo ammette nessuno ma è così”.

Vince Tempera con Francesco Guccini 

Cos’è una sequenza?
“Fino a qualche tempo fa era semplicemente un clic che dava l’attacco, il via. Era vietato portare altro, l’orchestra doveva suonare davvero. Ultimamente nelle sequenze ci sono anche intere parti d’orchestra pre-registrate. I suoni veri restano soprattutto quelli dei violini, ma vengono rafforzati dalla parte che viene portata dall’artista. Avendo le sequenze a disposizione possono dirigere tutti ma non è accettabile, non è possibile che Francesca Michielin vada a dirigere l’orchestra al Festival di Sanremo per Emma, magari solo perché così il suo nome rimane in vista. Alla fine riuscirà pure in questo compito, ma se questa è la grande novità del Festival allora siamo messi male. Sono scelte da autori televisivi, non da esperti di musica”.

Ai suoi tempi come si sceglievano i direttori d’orchestra?
“Sulla base della professionalità, i direttori d’orchestra arrivavano per lo più dalle produzioni discografiche. Si stava a Sanremo per due mesi, non c’erano ancora i clic o le sequenze: se sbagliavi il tempo e l’orchestra deragliava, i cantanti erano perduti. Oggi sta tutto nel computer. In quegli anni eravamo pagati a peso d’oro, oggi non pagano più niente, addirittura c’è qualcuno che paga per andare a dirigere e farsi così vedere da casa. Sembra una battuta ma siamo davvero arrivati a questi livelli. In Inghilterra non lo consentirebbero mai. Ofelè fa el to mesté, dicono a Milano”.

Come valuta il cast di artisti in gara quest’anno?
“Se la Rai non prevede nel cast i vecchi artisti, anche quelli oltre gli 80 anni, perde la pubblicità e per questo deve barcamenarsi. Gli sponsor della telefonia, dell’acqua minerale rappresentano il mercato degli anziani. Sono contento che lo scorso anno i Maneskin abbiano rotto il ghiaccio, gli artisti di una certa età erano andati solo ospiti. Quest’anno però sono corsi ai ripari e li hanno messi in concorso: Iva Zanicchi, Gianni Morandi, Massimo Ranieri. La vera domanda però è un’altra: se Mediaset facesse una contro-programmazione seria, il Festival reggerebbe il confronto?”.

Che risposta si è dato?
“Da quando Berlusconi andò al governo, durante la settimana di Sanremo Mediaset ha sempre addolcito la programmazione. Basta fare la prova, non c’è nulla in giro, solo repliche. L’auditel in caso contrario crollerebbe”.

Tolti i nomi di grande richiamo per il pubblico più adulto, il resto del cast non ce la farebbe a tenere alta l’attenzione?
“Non credo: Giusy Ferreri, per citare un nome, e con lei gli altri artisti di età media non reggerebbero gli ascolti. Il Festival sarebbe visto per come viene davvero concepito: come uno dei tanti programmi musicali che si vedono in giro per le diverse reti, resterebbe intorno al 10%. Per non dire degli ospiti, poco attrattivi”.  

Sono stati annunciati i Måneskin.
“Bisogna valutare bene quanto abbiano retto senza concerti, che non hanno potuto fare perché viaggiavano o perché non potevano a causa della pandemia. Attenzione a glorificare troppo: in America hanno aperto un solo concerto dei Rolling Stones, non tutto il tour, e come i Måneskin hanno fatto altri venti piccoli gruppi americani”.

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