Sanremo 22, Dargen D’Amico: “Mi diverte l’idea che per tanti sarò un perfetto sconosciuto”

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Dargen D’amico è uno di quei “famosissimi sconosciuti” che da un paio di anni salgono sul palco del Festival arrivando da altri mondi, quelli del rap, dell’indie, dell’urban, della trap. Lui del rap è stato un veterano, più di venti anni fa nelle Sacre Scuole con Guè Pequeno e Jake La Furia, poi pian piano si è ritagliato un proprio spazio, fatto di strofe, canzoni, flow, parole, pensieri, in cui ha dato forma a uno stile che si è andato consolidando e affermando, attraverso nove album.

Ironico e tagliente, mentre altri sono stati più rabbiosi e cupi, Dargen D’Amico ha pian piano cominciato a nuotare nel gran mare dell’urban, che non è un genere, piuttosto un ambiente, uno spazio sonoro e ideale, in cui il pop e il soul dialogano con il rap e la canzone e pian piano ha messo le mani anche nel mainstream. Con maestria, come ha dimostrato proprio a Sanremo lo scorso anno, dove ha firmato due delle canzoni di maggior successo, Chiamami per nome di Fedez e Francesca Michielin, e Dieci di Annalisa. E questo lungo percorso lo ha portato ad arrivare tra i venticinque concorrenti del Festival di quest’anno, con un brano, Dove si balla, che è un invito a uscire di casa, a ricominciare a vivere, a “ballare tra i rottami” e far circolare l’energia, dopo due anni in cui ballare è stato, ed è, letteralmente impossibile.

“Mi sono trovato in una situazione nella quale come tutti dal punto di vista personale ero molto fermo”, ci racconta, “ma questo ha avuto un riflesso anche sulla scrittura. Mi ero sigillato, su consiglio dei telegiornali, personalmente e mentalmente. Poi a un certo punto mi sono reso conto che avevo bisogno di uscire dalla staticità e credo che tutto il Paese abbia sentito il bisogno di farlo. Io mi sento calato nel tempo che viviamo e ho visto questa come un’occasione grossa, forte, rapida per riprendere a muovermi in tutti i sensi, non solo nel ballo come invito nella canzone. Sanremo era l’occasione giusta nel momento giusto”.

Sanremo 2022, ecco i 25 big e i titoli dei brani in gara al Festival

Presentati da Amadeus sul palco del Casinò durante la serata di Sanremo giovani, i 22 Big (tranne Elisa in collegamento da casa perché colpita dal Covid) hanno annunciato i titoli dei brani che porteranno al Festival di Sanremo, dal 1 al 5 febbraio all’Ariston: Le Vibrazioni, Highsnob & Hu (a loro l’incoraggiamento dei Negramaro), Ditonellapiaga con Rettore, Irama, Fabrizio Moro, Achille Lauro (nella sua clip della serata è comparso Fiorello), Aka 7even (spalleggiato in video dal concittadino napoletano Gigi D’Alessio), Ana Mena (spagnola, unica straniera in gara), La Rappresentante di Lista, Giusy Ferreri, Gianni Morandi (che ha ricordato Claudio Villa e Lucio Dalla), Noemi, Giovanni Truppi (arrivati per lui gli auguri di un vincitore, Diodato), Michele Bravi, Emma, Rkomi (per lui un ‘in bocca al lupo’ da Tommaso Paradiso), Elisa (in collegamento da casa, Mahmood & Blanco, D’Argen D’Amico (supportato in video da Malika Ayane), Massimo Ranieri (che torna dopo 25 anni), Iva Zanicchi (record di vittorie, tre, a Sanremo), Sangiovanni (con gli auguri in video di Caterina Caselli che aveva la sua stessa età quando esordì con ‘Nessuno mi può giudicare’). A questi si aggiungono i tre sul podio dei giovani: Yuman il vincitore, Tananai e Matteo Romano, che porteranno brani inediti in gara.

Il brano è nato pensando a Sanremo dunque?

“Non saprei dire, forse in maniera inconscia sì. In realtà non ho mai pensato a Sanremo, mi piaceva quando ero ragazzino ma per tanti anni era difficile seguirlo, non fotografava la realtà della musica italiana. Invece negli ultimi anni è cambiato tutto, è tornato ad avere tante cose interessanti e dopo lo scorso anno come autore mi è cresciuta la voglia di salire su quel palco come performer”.

Così, dopo tanti successi, esordisce al Festival.

“Ma io mi sento un esordiente ogni giorno che passa. Forse è dovuto al fatto che penso molto alla musica e questo tende a farmi sentire nuovo ogni volta che scrivo. La scrittura si sposta sempre, non scrivi mai la stessa canzone anche se riconosci che dentro ci sei tu, c’è il posto dove l’hai scritta, c’è un dialogo che hai ascoltato. Ogni volta sono una persona diversa e anche in questo caso, a Sanremo, capirò qualche altra cosa di me. E mi diverte l’idea che per tante persone sarò un perfetto sconosciuto, che non si sa perché è arrivato a Sanremo…”.

Un pubblico diverso, che non l’ha mai ascoltata prima. È quello che vuole raggiungere?

“Altri ‘sconosciuti’ come me sono saliti su quel palco e nella maggior parte dei casi non è successo nulla e sono tornati dove erano prima. A parte rari casi come Mahmood, nei quali non credo di rientrare. Non credo che il mio passaggio impressionerà più di tanto, ma mi farà piacere incontrare il pensiero di persone nuove in un periodo in cui incontrare persone nuove è assai difficile”.

È comunque un Dargen D’Amico diverso.

“È un Dargen che sicuramente ha fatto pace con un certo tipo di sonorità. Per tanto tempo mi ero allontanato dalla scelta della cassa in quattro, invece ci sono tornato con piacere. È una scelta dovuta anche al periodo, la cassa in quattro è diventata metafora dell’uscita da questa immobilità che sentiamo tutti, il ritorno a una musica ballabile anche se introversa”.

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Una scelta che la spinge nel campo del pop.

“Questo ha anche a che fare con il fatto che rientro nel calderone dell’urban, che ha spodestato in questi ultimi anni il pop, ha cambiato scelte musicali e teste. Spostandomi con tutto il macrogenere mi trovo ad essere storicamente più pop di venti anni fa: il genere è cambiato, io sono cambiato, sarebbe revival se facessi l’hip hop che facevo a venti anni, sarebbe un’operazione di recupero ma mi risulterebbe molto difficile. Preferisco scoprire qualcosa di nuovo di me finché faccio canzoni”.

È un pezzo che parla della pandemia?

“È un pezzo che fotografa una parte della realtà. È un invito a muoversi, perché siamo stati troppo fermi, mentre ci dovremmo muovere alla velocità della luce, cosa che questo Paese sembra non saper o voler fare. E la musica deve tornare a farci ballare, a far circolare energie”.

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Cosa si aspetta da questo Sanremo?

“Io sono il primo a essere curioso. Sia per come verrà presa la canzone, nella quale ho indagato soluzioni espressive che mi interessano, sia per l’effetto del Festival. È un brano pop, ma la mia storia dice che è in qualche modo sperimentale. Non so se ci saranno altri brani così, ma mi aspetto di capire cosa mi succederà alla fine della prossima settimana. Per ora faccio interviste interessanti e aspetto. Voglio prima fare l’esperienza e poi decidere quello che sarà”.

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