Schiaffo della destra a Quirinale e Ue sulla riforma della giustizia. Nessuna frenata sull’abuso d’ufficio

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Il tempismo è perfetto. Certo non casuale. Perché nel giorno in cui Sergio Mattarella invia alla Camera il ddl Nordio su abuso d’ufficio, intercettazioni e segreto di indagine, senza avvertimenti sulla compatibilità con le norme Ue fidandosi delle promesse di Giorgia Meloni, il partito della premier invece le ignora. FdI boccia la direttiva di Bruxelles sulla corruzione che raccomanda di prevedere nelle leggi dei singoli Stati sia l’abuso d’ufficio, sia il traffico di influenze. Sono i due reati che, nel primo caso Nordio vuole abolire, e nel secondo ridimensionare fortemente. A Montecitorio, nella commissione per le Politiche europee, tentano di opporsi Pd e M5S. Ma finisce come al solito, la maggioranza ai numeri vince.

È mezzogiorno quando Repubblica dà notizia del passo che si sta per compiere alla Camera. Dove il deputato meloniano Antonio Giordano ha presentato un durissimo parere che respinge la direttiva Ue. Non è certo casuale che in commissione ci sia pure il capogruppo di FdI Giovanni Donzelli che ancora ieri mattina ribadiva il niet all’abuso d’ufficio come vuole il Guardasigilli Carlo Nordio suscitando l’entusiasmo di Azione e di Italia viva, i due partiti che dall’opposizione daranno pieno sostegno alla riforma con Enrico Costa alla Camera e Matteo Renzi al Senato.

Ma cosa scrive Giordano? “La proposta europea esorbita dalla base giuridica nella misura in cui disciplina reati ulteriori rispetto a quello di corruzione in senso stretto, privi del requisito della transnazionalità, relativamente ai quali la Ue non ha la competenza ad adottare norme di armonizzazione”. L’Italia si avvia sulla strada di paesi come l’Ungheria, che piacciono molto a Meloni, e rifiutano le norme europee. Ogni Stato ha diritto alle sue leggi che ha diritto a mantenere invariate. Un’affermazione che cambia la storia dei rapporti tra Italia ed Europa e suona come uno schiaffo a Bruxelles.

Eppure, giusto il giorno prima, il presidente dell’Anac Giuseppe Busia aveva raccomandato in commissione un ben diverso indirizzo. Per lui la direttiva è “di fondamentale ed estrema importanza”. “All’Italia e all’Europa conviene adottare uno strumento che rafforza la prevenzione ampliando l’ambito del singolo Stato ed estendendolo a tutta l’Europa perché la corruzione non ha confini nazionali».

Busia consiglia alla maggioranza di «intervenire per puntualizzare, senza abrogare. Altrimenti fattispecie come il favoritismo, il caso di un commissario che in un concorso pubblico favorisce la sua protetta, resterebbero scoperte”. Busia dà un consiglio preciso: “L’abrogazione va in direzione diversa rispetto alle convenzioni del Consiglio d’Europa e dell’Onu”. Lui non è certo un estremista, tant’è che raccomanda “più che l’abolizione, la puntualizzazione del reato” perché “altrimenti si crea un vuoto e un disallineamento dal resto d’Europa, in quanto il reato di abuso d’ufficio è presente già nell’ordinamento degli altri paesi membri”.

Parla il tecnico, non il politico. Sono le preoccupazioni che Mattarella ha consegnato a Meloni, convinto che le avrebbe ascoltate. Ma non è stato così. Nordio confida nel pieno appoggio di Forza Italia che con il vicepresidente della commissione Giustizia Pietro Pittalis teorizza che la direttiva Ue “sarebbe in contrasto con la convenzione di Merida perché prevede un’incriminazione sia della corruzione nel settore pubblico che in quello privato”. Un passaggio che Enrico Costa di Azione definisce “una follia”, cioè “prevedere sanzioni penali non solo per l’abuso d’ufficio nel settore pubblico, ma anche per quello privato”.

È l’annuncio che la maggioranza si allarga. Mentre Pd e M5S hanno poche chance di far valere le loro ragioni. Anche se M5S parla di “una bocciatura clamorosa contro le raccomandazioni di Mattarella, con argomentazioni false come quella che la Ue non ha competenza sull’armonizzazione delle leggi nazionali”. Un quinto dei componenti della commissione o un decimo di quelli dell’assemblea, nei prossimi cinque giorni, potrebbero chiedere il voto dell’aula. Che finirebbe però nello stesso modo, la maggioranza allargata vince sempre.

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