Scrittori e giornalisti in teatro per spiegare la guerra

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MILANO — Ci saranno giornalisti e opinionisti, che analizzeranno il presente e guarderanno al passato per mostrare come l’Ucraina è ed è sempre stata parte delle comuni radici europee. E ci saranno gli artisti, a dare voce alla parte più emotiva di una tragedia che si sta consumando in diretta mentre il mondo si sente impotente. Sarà una serata di approfondimento ed emozioni quella di domenica alle 18,30 al teatro Franco Parenti di Milano, che insieme a Repubblica e a Linkiesta chiamerà all’appello le firme dei due giornali e alcuni commentatori d’eccellenza.

“Per l’Ucraina per l’Europa”, questo il titolo dell’incontro, vede tra i nomi già confermati Ezio Mauro, Natalia Aspesi e Bernard- Henri Lévy: il filosofo e scrittore francese, che sulle colonne del nostro giornale all’indomani dell’inizio del conflitto ha fatto un’analisi puntuale sulle colpe di Putin e dell’Occidente, manderà un intervento in video.

Ci saranno poi testimonianze di alcuni artisti ucraini, concertate dalla direttrice del Parenti Andrée Ruth Shammah. Una che dall’inizio della guerra fa partire una sirena prima di ogni spettacolo: «La gente resta scioccata – dice – e noi spieghiamo che è registrata, ma altrove, in Ucraina, le sirene sono vere e suonano dove la gente potrebbe essere a teatro come noi, invece è sotto le bombe». Partecipazione ed empatia. Insiste su questi due concetti Shammah: «Perché fare una serata come questa? Il teatro in certi momenti sente di dover fare la sua parte. Perché nei teatri si dibattono gli argomenti, bisogna poter parlare di quello che accade nel mondo. Un teatro deve poter avere un momento in cui ci si siede e si ascolta dal vivo. Si ascolta la musica e si ascoltano i giornalisti dire delle cose che è chiaro che sentiamo tutti i giorni in televisione. Ma a teatro è diverso: convocare la gente in un luogo teatrale a partecipare è diverso di mettersi lì davanti a uno schermo in modo passivo. Il teatro è solidale, e deve avere un ruolo attivo, deve dire che ci siamo. Dobbiamo fare il nostro dovere e sentirci parte di una comunità che pensa e riflette».

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