“Scuola al via a ottobre come ai vecchi tempi: una scelta da fare per gestire il cambiamento climatico”

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Quando, parecchi lustri addietro, venne cambiato il tradizionale calendario scolastico, che iniziava il fatidico Primo ottobre, non ci fu una sola voce contraria o perplessa. Tutti presi a elogiare l’anticipo delle lezioni a settembre. Tutti intenti a magnificare la portata straordinaria della novità. Pareva che i nostalgici dell’apertura ottobrina delle scuole fossero inconsapevoli semi-trogloditi ormai fuori dal mondo. Dimenticavano gli alfieri del nuovo corso che leggi e regolamenti non sono mai neutrali: qualcuno ci guadagna, qualcun altro ci perde. Anzi, spesso, sono proprio le norme in apparenza asettiche e disinteressate a soddisfare più furbescamente gli interessi di categorie e gruppi di pressione, di aree geografiche e di corporazioni particolari. Il che accade anche perché spesso, è notorio, il diavolo si nasconde proprio nei dettagli o, come si dice, tra due virgole. Non ci voleva particolare acume per comprendere che l’anticipo delle lezioni a settembre avrebbe danneggiato il turismo al Sud e favorito il turismo al Nord. E ciò per un semplice motivo: all’apertura scolastica a settembre faceva da contrappeso l’aumento dei giorni delle vacanze invernali. Non a caso la lobby degli albergatori settentrionali interessati ai ricavi provenienti dalle settimane bianche in periodo scolastico si distinse per solerzia e partecipazione nel caldeggiare la causa di settembre come mese di riapertura di elementari, medie e superiori. E siccome le famiglie programmano ferie e viaggi vari soprattutto sulla base delle esigenze dei figli, ci voleva davvero poco per dedurre che il turismo sciistico del Nord si sarebbe giovato, grazie alle vacanze invernali, del nuovo più lungo calendario scolastico (a danno del turismo del Sud). Invece, tutti distratti o tutti superficiali. Ora che il cambiamento climatico sta modificando abitudini personali e criteri produttivi sarebbe opportuno riaprire la questione del calendario scolastico, per chiedersi innanzitutto se è sostenibile, sotto tutti i punti di vista, specie nel Mezzogiorno, riprendere a frequentare le classi a settembre con temperature quasi sempre al di sopra dei 30 gradi. Quale concentrazione, quale attenzione, quale forza mentale potranno mai essere esplicate in aule più roventi di un forno, visto che l’aria condizionata nei nostri istituti è più rara della neve all’Equatore? Invece neppure il cambiamento climatico sembra scuotere le certezze di chi ritiene che si debba sempre tornare a scuola a settembre, senza se e senza ma. Manco fosse un dogma. Giustamente tutti invocano cambi significativi nelle politiche ambientali ed economiche per attutire gli effetti del riscaldamento terrestre. E tutti sanno che i costi da pagare, per realizzare questi eco-interventi, non saranno modesti. E però, chissà perché, vengono trascurate o ignorate le misure a costo zero per l’erario, tipo quella del ritorno a scuola a ottobre, misure che se realizzate produrrebbero benefìci per tutti, sia nell’azione di sostenibilità del caldo torrido sia, in piccola parte, nell’azione di sostegno al Sud per il recupero della distanza dal Nord. Diciamolo. L’anticipo delle lezioni a settembre si è rivelata una misura anti-meridionale e filo-settentrionale, almeno per il settore turistico. Né l’autonomia delle Regioni nello stabilire il via alle lezioni settembrine ha attenuato il colpo. Anzi, ha costituito un’avvisaglia sugli effetti perversi che potrebbero derivare dalla definitiva autonomia regionale (differenziata). Forse è giunta l’ora di tornare al Primo ottobre, ovviamente eliminando o riducendo i giorni di vacanze invernali introdotti proprio per soddisfare le richieste degli albergatori del Nord. Sarebbe opportuno che la rappresentanza parlamentare del Sud si facesse carico di questo problema. Se non ora, quando, visto che il surriscaldamento climatico rende la permanenza in classe più faticosa e debilitante di una finale d’atletica nella gara dei cinquemila metri?

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