Scuola, la voglia di capire più forte della paura della guerra: le domande assillanti degli studenti sull’Ucraina

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Incalza una studentessa: “Si dice che la prima vittima della guerra è la verità: voi a quali fonti vi affidate?” Suona la campanella, c’è la ricreazione all’istituto tecnico Marco Polo di Firenze, ma i ragazzi non si alzano, frigge la voglia di capire. Le domande sono a raffica, arrivano anche da altri istituti collegati a distanza: “Ma il ruolo della Cina?”; “Come si può parlare di neutralità, quella della Russia è invasione…”; “Quale necessità dell’Ucraina e della Moldavia di entrare nella Nato?”; “E la Siria allora?”. Ed ecco l’interrogativo che inquieta, sparato all’ultimo: “Ma le armi nucleari saranno usate?”.

Generazione Don’t Look Up

Tra paura e voglia di capire, la generazione che non conosce il film Day After ma l’apocalittico Don’t Look Up, che ha provato l’ansia da pandemia e gridato al mondo che non esiste un pianeta B, è sconcertata di fronte a una guerra che esce dai videogiochi ed entra in Tik Tok, bussa alle porte di casa: “Ma come è possibile?”. Il conflitto in Ucraina nelle aule è uno tsunami. Prof, ce ne parla? Prof, cosa ne pensa? Prof, ma quando finirà? Finirà?

“L’atomica per loro è una sconosciuta”

“Hanno bisogno di un adulto che li orienti, di uno spazio per discuterne”, racconta Fabrizio Di Pietro, 43 anni, docente di storia al liceo Volta di Milano. “Io ho avuto i nonni che hanno fatto la guerra, loro non sono cresciuti con questi racconti in casa. L’atomica è ancora più sconosciuta, non erano nati ai tempi di Chernobyl, ricordo mia mamma invece che sacrificò il pallone in terrazza perché non si sa mai con le radiazioni. Con quelli di terza la necessità è stata di riavvolgere il nastro, dalla Russia nel medioevo e zarista all’epoca moderna. Con quelli di quinta, che hanno già studiato la Rivoluzione russa, c’è stato bisogno insegnare le relazioni internazionali. Sulla contemporaneità, laddove non arrivano i programmi di storia, bisogna metterci mano e ci vuole approfondimento preciso e misurato”.

Nati dopo la Guerra fredda

Lo ha offerto ai suoi studenti il preside del Marco Polo di Firenze, Ludovico Arte, invitando Francesco Petrini e Simone Paoli, docenti di Relazioni internazionali delle università di Padova e di Pisa. Due ore di dibattito con ragazzi nati dopo la Guerra fredda: dalla sottovalutazione di Putin della resistenza ucraina al riarmo della Germania. Con l’accortezza di distinguere fatti dalle opinioni, l’esigenza di aiutare i ragazzi a trovare un bandolo nel flusso di notizie. “In questo momento è importante che le scuole facciano informazione”, spiega il dirigente. Non tutti, ma c’è chi si è fermato con i programmi.

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Spinoza può aspettare

“Dovevo spiegare Spinoza, siamo indietro, ma come potevo vedendoli così turbati?”, ragiona Gloria Ghetti, insegnante di Filosofia al liceo classico Torricelli-Ballardini di Faenza dove nella guardiola dei bidelli sono andati improvvisamente a ruba i quotidiani. “Hanno cominciato a leggerli – osserva la docente – ho dedicato l’ora partendo dalla Guerra fredda e cercando di farli uscire dalla logica amico-nemico, dall’identificazione della Russia con Putin. Ma ho desistito quando mi hanno chiesto se la guerra arriverà sino a noi: ragazzi, non ho la sfera. Mi ha colpito il silenzio con cui ti ascoltano, hanno fame di sapere e urgenza di fare”.

“Prof, ci richiameranno alle armi?”

Lezioni e raccolte di beni per i profughi, esperti in Teams e atri riempiti di scatoloni con abiti e medicinali: così le scuole superiori italiane hanno reagito. Corre negli adolescenti il timore di essere chiamati alle armi, la storia che esce dai libri fa paura. E allora altre mani alzate: “Prof, dovremo andare a combattere?”. In classe Luca Malgioglio, insegnante di Lettere all’istituto romano Di Vittorio-Lattanzio, zona Prenestina, ha cercato di capire le loro angosce: “Oltre alla paura di un coinvolgimento diretto, li ho visti spaventati dalla violenza del trovarsi davanti a qualcosa che non capiscono. Allora tocca a noi, la scuola è conoscenza”.

“Turbati dalle voci su Tik Tok dei coetanei nei bunker”

Elena Dal Pozzo, insegnante di Diritto al tecnico Salvemini di Casalecchio, ha letto coi suoi ragazzi di quinta il Sole 24Ore analizzando le conseguenze economiche delle sanzioni. “E’ necessario e opportuno affrontare il tema della guerra, abbiamo sentito molto questa responsabilità: trasmettere conoscenze serve a contenere la loro emotività”. Maria Angela Binetti, prof di italiano e storia al liceo linguistico Giulio Cesare di Bari, ha squadernato le mappe dell’Ispi (Istituto superiore per la politica internazionale) perché almeno così sanno dove è l’Ucraina e molto altro. Racconta di una quarta particolarmente turbata per le testimonianze, seguite su Tik Tok, di loro coetanei che scappavano o erano nei bunker.

“E’ tornata di moda la geografia”

“Inizialmente c’era sconcerto ed erano poco informati, poi li ho trovati sempre più consapevoli, anche se ai più piccoli devi spiegare cosa è la Nato e riprendere le coordinate di geografia, materia quasi scomparsa”, la testimonianza di Daniela Bernagozzi che insegna al liceo Peano-Pellico di Cuneo. Allargano le braccia, i prof: i programmi scolastici sono inadeguati, ma lo è il mondo a una guerra, figuriamoci. Almeno, sospirano, sono servite le famigerate ore di educazione civica. Al liceo Copernico di Bologna, Francesco Strazzari, ordinario di Relazioni internazionali alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, si è confrontato con tutte le 60 classi: lezioni sospese, a scuola di attualità. Perché ragazzi, dice loro l’esperto, “non è una bella epoca quella che si sta preparando”.

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