Sega da amputazioni e acido fenico: la medicina di guerra nella presa di Porta Pia

Libero Quotidiano News

Andrea Cionci
Storico dell’arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall’Afghanistan e dall’Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo “Eugénie” (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi – vive una relazione complicata con l’Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore
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18 settembre 2020

«Ore 10. Forzata la Porta Pia e la breccia laterale aperta in 4 ore. Le colonne entrano con slancio, malgrado una vigorosa resistenza». Il telegramma del Generale Raffaele Cadorna del 20 settembre 1870 ben descrive la brevissima campagna di guerra contro l’esercito pontificio il quale attuò solo una “difesa di bandiera” per espresso ordine del papa Pio IX.
La resistenza dei papalini avrebbe dovuto essere infatti simbolica quel tanto da significare al mondo come Roma fosse stata conquistata con un atto di guerra. Un bagno di sangue non avrebbe giovato all’immagine del Regno d’Italia né del Papa che, opponendo una resistenza così accanita, per quanto legittima, avrebbe permesso un massacro nella culla della Cristianità.
Eppure, per quanto i combattimenti fossero stati brevi, durante lo scontro per la presa di Roma ci si fece male comunque: per il Regio Esercito, caddero in combattimento 48 uomini (3 Ufficiali e 45 di Truppa), i feriti complessivamente furono 143. L’Esercito pontificio lamentò 19 morti e 68 feriti.  
Va ricordato che, nelle guerre fra ‘800 e ‘900, solo una piccola percentuale dei soldati veniva uccisa direttamente dalle granate e dai colpi di arma da fuoco o di arma bianca. La stragrande maggioranza dei decessi avveniva soprattutto per le infezioni: tetano, setticemia, cancrena falcidiavano i feriti in un’epoca in cui la penicillina era ancora di là da venire.
Secondo uno studio del Colonnello Cesare Tapinetto, gli italiani si erano attrezzati costruendo 3 ospedali temporanei a Terni, Rieti ed Orvieto e nel frattempo ci si appoggiò agli ospedali civili di Rieti, Amelia, Narni, Terni, Spoleto, Foligno, Città di Castello, Orvieto e Radicofani, per una capacità totale di 1.700 posti letto ad uso militare. Tuttavia, nonostante le fatiche e la malaria, gli ammalati furono pochi. Entrati in Roma, gli italiani stipularono delle convenzioni con gli ospedali romani: questi erano tenuti con molta cura anche perché i volontari che formavano i reparti di élite, come gli Zuavi, ad esempio, provenivano spesso dalla nobiltà o, comunque, da classi agiate.
La Rivista Militare, (periodico dell’Esercito dal cui fascicolo storico di settembre, in questi giorni, stiamo traendo notizie in quantità) ha recuperato un volume del 1871: “Resoconto del servizio di ambulanza nell’ospedale pontificio” del dottor Alessandro Ceccarelli, direttore delle ambulanze e chirurgo–capo pontificio, che offre un panorama sulla medicina di guerra dell’epoca.
Le innovazioni tecnologiche delle armi producevano maggiori e più gravi ferite rispetto al passato. Il fatto che i proietti d’artiglieria fossero divenuti in gran parte esplodenti produceva molte lesioni da scheggia e pericolosissimi erano i proiettili di rimbalzo: «Sebbene il combattimento non avvenisse a campo aperto, pure, si verificò un maggior numero di ferite dell’estremità inferiori in confronto alle superiori». Le pallottole di tipo Minié, di forma ogivale con alette, creavano ferite più gravi: «Ai nuovi proiettili nulla resiste – scriveva Ceccarelli –  le fratture e le ferite penetranti sono fatte frequentissime, e quali fratture, e quali lesioni di visceri!».
Le lesioni venivano lavate con acqua fenicata, ovvero addizionata ad acido fenico. Nel 1867, vi era stata infatti una svolta nella storia sanitaria con la messa a punto del metodo antisettico da parte del medico inglese Joseph Lister il quale aveva intuito, sull’onda delle scoperte di Pasteur, l’importanza di disinfettare le ferite e gli strumenti chirurgici. A tale scopo, aveva elaborato una soluzione di acido fenico che, tuttavia, risultava abbastanza irritante e tossica per il corpo umano. Un fondamentale sostituto di tale disinfettante diverrà, nel 1907, la tintura di iodio, scoperta dal medico italiano Antonio Grossich e che salvò qualche milione di nostri compatrioti in armi, almeno fino all’introduzione della penicillina.
Le ferite venivano poi occluse con stoppa cardata – una sorta di ovatta – anch’essa disinfettata con acido fenico. Le contusioni e gli ematomi venivano trattati con ghiaccio raccolto in sacchetti di carta “pergamenata”. Le febbri da infezione erano curate col solfato di chinina, a volte si praticavano iniezioni di ammoniaca per stimolare il cuore, ma pare che questo rimedio fosse di breve durata. Per facilitare il riposo dei pazienti venivano somministrati degli oppiacei, come si era già sperimentato durante la Guerra Civile americana e quelli infetti venivano tenuti separati dagli altri degenti. Le amputazioni erano prassi ordinaria. Riportiamo la nota relativa a un paziente italiano: “Serra Leopoldo – Anni 41 – Bologna – Capitano del 12° Bersaglieri – Ferita per arma da fuoco trasfossa dal 3° superiore al 3° inferiore della faccia esterna della gamba sinistra, muscolare – Ingresso 24 Settembre Emolienti – Irrigazioni fenicate – Compressione ed occlusione – Guarigione 12 Ottobre”. Altri pazienti non furono così fortunati come questo Capitano.
Con questo articolo avremo forse evocato immagini sgradevoli: l’odore pungente di brutali disinfettanti, il fetore di ferite cancrenose, le grida degli amputati o i lamenti degli agonizzanti. Ce ne rendiamo conto.
E’ però importante citare anche dettagli che “possono turbare le persone sensibili” per ricordare, ogni tanto, per quale motivo il nostro Tricolore comprenda il colore rosso.



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