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Sentenza Ilva: il governo non ferma il progetto acciaio green. Ma ora vuole certezze

La Republica News
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ROMA – Può sembrare paradossale sottolinearlo nel giorno della sentenza epocale sull’Ilva, e del sacrosanto riconoscimento del diritto di un’intera comunità alla salute prima che al lavoro, ma il futuro dell’impianto siderurgico più grande d’Europa (cuore d’acciaio dell’intero Paese), resta appeso ad un altro passaggio giudiziario. Perché nel giro di qualche giorno il Consiglio di Stato deciderà se confermare o meno l’istanza del sindaco di Taranto che ha chiesto (e ottenuto) dal Tar lo spegnimento degli altiforni delle Acciaierie d’Italia (la ex Ilva ora si chiama così, dopo l’ingresso dello Stato al fianco di ArcelorMittal).

“Manca la pronuncia del Consiglio di Stato per avere il polso della situazione – ha detto ieri il ministro dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti -. A quel punto sarà possibile capire in che quadro giuridico lo Stato, in qualità di azionista, potrà operare. Servono certezze per dare una prospettiva di crescita e sviluppo a Ilva e all’acciaio in Italia”. Insomma, la sentenza di ieri non è certamente neutra per il disegno del governo Draghi di trasformare lo stabilimento di Taranto in un’acciaieria green (prima con il mix altiforni-forni elettrici e, a tendere, con l’avvento dell’idrogeno), ma al momento non lo rimette in discussione. Anzi, in un certo senso potrebbe addirittura funzionare da “acceleratore” di quel piano, visto che Draghi non prefigura un’Italia senza siderurgia e, oltretutto, sul tavolo ci sono i miliardi del Recovery Plan per la transizione ambientale delle filiere industriali.

L’intervista

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L’occasione anche per l’Italia, come accaduto negli altri Paesi Europei, di far finalmente coincidere due interessi (e due valori) che solo qui da noi sono da sempre in conflitto: ambiente e crescita/lavoro. “Ci sono due strade- ha detto ieri al Fatto Quotidiano il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani – la prima è elettrificare il prima possibile. La direzione in tal senso nel Recovery l’ho già data. Questo se si va nella direzione di salvaguardare dei posti di lavoro. Se però ci fosse per esempio il ministero della Salute che bussa e mi dice “guarda che lì la situazione è insostenibile” allora si chiude”.

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Dubbi che, appunto, potrebbe sgomberare il Consiglio di Stato: se dovesse spegnere gli altiforni a Taranto, verrebbe scritta la parola fine alla storia del colosso siderurgico italiano perché mancherebbe la continuità aziendale e, dunque, il presupposto per proseguire con il progetto condiviso da Stato (Invitalia) e ArcelorMittal. Che prevede, ricordiamolo, nel 2022 il passaggio del socio pubblico in maggioranza, 8 milioni di tonnellate annue di acciaio nel 2025 (oggi sono circa 3) e l’assorbimento dell’intera forza lavoro (10.700 operai diretti, 8200 solo a Taranto). Per una volta, anche i sindacati sono in linea con Giorgetti e chiedono di fare presto con la transizione societaria: “Sarebbe una beffa insopportabile – dicono ad esempio Francesca Re David e Gianni Venturi di Fiom-Cgil – se, dopo il danno, non fosse possibile l’approdo a una produzione ambientalmente sostenibile”.

Ad oggi, comunque, la confisca (facoltativa) dell’area a caldo non ha effetti concreti sulla produzione, anche perché scatterebbe solo dopo il terzo grado di giudizio: “Non c’è alcun pregiudizio sulla facoltà d’uso dello stabilimento – spiega Angelo Loreto, legale dei commissari straordinari di Ilva che hanno affittato l’impianto ad ArcelorMittal -. La confisca inoltre dipende dall’adempimento delle prescrizioni del piano ambientale, quindi è sempre revocabile”. Ma sarebbe sbagliato fare finta di niente: quella di ieri è stata una giornata di svolta che inciderà molto sul futuro di Taranto e delle Acciaierie d’Italia. Nulla è più scontato, salvo il riconoscimento dei diritti dei tarantini, comprese le migliaia di lavoratori che indossano, sì, la tuta di operai, ma ogni giorno tornano nelle loro case come padri di famiglia.
 



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