“Sette anni per arrivare in Italia. Non mi riconoscevo più allo specchio”: l’odissea di un migrante somalo

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«Erano anni che non mi guardavo allo specchio. Sono fuggito dal mio villaggio che ero un ragazzino e ho fatto fatica a riconoscermi in quell’uomo con la barba che mi sono ritrovato davanti».

Eccolo Abdrahaman affacciato al parapetto della Lifesupport. Non sa neanche dove sia Ortona, il porto d’Abruzzo che il Viminale ha scelto per la nave di Emergency, ma non importa. Ci ha messo sette infiniti anni ad arrivare: ne aveva appena 15 quando i terroristi di Al Shabaab misero a ferro e fuoco il suo villaggio in Somalia uccidendogli i genitori, ne ha 22 adesso che finalmente è riuscito ad oltrepassare quel mare che ha provato a superare ben sette volte prima di farcela. «L’Italia o qualsiasi altro posto in Europa dove mi manderanno per me va bene – dice allargando finalmente quel volto smagrito e tirato in un timido sorriso – il mio nuovo Paese sarà quello che mi offrità un tetto e un lavoro. Non ho nessuno da raggiungere ma ho un grosso impegno da onorare: devo restituire fino all’ultimo ai miei familiari tutto il denaro che mi hanno inviato per farmi uscire vivo da quell’inferno che è la Libia».

Il costo del viaggio

Quindicimila dollari. Tanto è costato il viaggio lungo sette anni dalla Somalia al Kenya, poi dal Sudan fino alla Libia e i continui riscatti pagati ai trafficanti per uscire dai lager dove ha trascorso ben cinque anni e tentare la traversata. «Io devo dire grazie ai miei parenti che non mi hanno lasciato solo dall’Australia all’America, ma in quelle carceri c’è gente rinchiusa anche da dieci anni, in attesa che qualcuno paghi per loro. E lì non entra nessuno, nè Ong, nè agenzie umanitarie, per anni non ho visto nessuno. E si perde ogni speranza. Credetemi, ho visto e subìto cose inimmaginabili».

Il tentativo di fuga dal carcere

Ne porta i segni addosso come tanti Abdrahaman che racconta il suo lunghissimo viaggio a Yohanes Ghebray, mediatore eritreo a bordo della Life Support. Mostra una lunga cicatrice sulla coscia, regalo dei carcerieri che punirono con una coltellata il suo tentativo di fuga da una prigione. «Era più di un anno che i miei familiari non mandavano i soldi che pretendevano, ero disperato, non ce la facevo più a subìre violenze quotidiane, ad assistere a quelle su donne, uomini, a sopravvivere in quelle condizioni, dormendo seduti, al buio per giorni interi, a contenderci un tozzo di pane e un bicchiere d’acqua. Pensavo che non ne sarei uscito vivo e ho provato a fuggire ma mi hanno fermato e mi hanno accoltellato. Poi mi hanno lasciato con la ferita aperta per tre settimane, mi hanno curato solo quando ho rischiato di morire per l’infezione. Servivo vivo, per spillare ancora soldi alla mia famiglia».

I genitori uccisi dai terroristi

Quando, a 15 anni, scappò dal suo villaggio in fiamme insieme ai pochi sopravvissuti all’attacco di Al Shabaab, Abdrahaman non pensava affatto di venire in Europa. «I miei genitori rimasero uccisi, la mia casa distrutta, fuggii insieme ad altri abitanti del mio villaggio verso il Kenya dove c’era un campo profughi somalo. Appena fu possibile provammo a tornare a casa ma trovammo solo macerie. Non avevo altra scelta che andar via. Passai prima in Etiopia, poi in Sudan, cercavo solo un posto tranquillo dove vivere. Mi avevano detto che dall’Arabia Saudita o dallo Yemen avrei potuto provare ad arrivare in Canada o negli Stati Uniti con un visto, ma non ci sono mai riuscito».

Cinque anni nei lager libici

Poi la decisione di affrontare il deserto verso la Libia. Abdrahaman ha 17 anni quando finisce nelle mani dei trafficanti. «Mi hanno rinchiuso in un carcere non ufficiale non lontano da Tripoli, qui non ho mai visto entrare una delegazione Onu nè una qualsiasi organizzazione umanitaria. Per uscire da lì volevano ogni volta 1500 dollari. Quando potevano i miei parenti in Australia o in America me li mandavano e allora ci provavo. Sette volte, ci ho provato, mi hanno sempre ripreso e riportato indietro, per terra ma anche per mare, quando ero convinto ormai di di avercela fatta».

La salvezza sulla nave umanitaria

 La scorsa settimana, quando la Life Support lo ha soccorso su un gommone insieme ad altri 80 migranti, è stata quella buona. «Adesso – dice al mediatore che raccoglie la sua storia – ho una nuova vita davanti. Lavorerò per pagare il debito con la mia famiglia lontana. E non finirò mai di ringraziare voi che mi avete salvato e portato fin qui»

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