Shalabayeva i giudici Fu rapimento di Stato

Shalabayeva, i giudici: “Fu rapimento di Stato”

La Republica News
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PERUGIA – Quello di Alma Shalabayeva e della figlia Aula fu un “rapimento di Stato”. Lo scrivono i giudici di Perugia nelle motivazioni della sentenza che a ottobre scorso ha visto la condanna di tutti e sette gli imputati, tra cui i superpoliziotti Renato Cortese e Maurizio Improta.

Processo Shalabayeva, condannati tutti i 7 imputati

I fatti contestati risalgono al 2013, quando Shalabayeva, moglie del controverso dissidente kazako, Mukhtar Ablyazov, venne trattenuta e rispedita al paese d’origine assieme alla figlioletta di sei anni.

Il terzo collegio del tribunale penale di Perugia presieduto da Giuseppe Narducci, parla di un caso che rappresenta “un unicum nella storia giudiziaria italiana” distinto da “chiari segnali di eccezionalità e di straordinario accanimento persecutorio”.

A portare a condanne più che raddoppiate rispetto alle richieste formulate dal pm Massimo Casucci, è stato un crimine di “eccezionale gravità, lesivo dei valori fondamentali che ispirano la Costituzione repubblicana e lo Stato di diritto”.

“Il trattenimento forzoso di Alma Shalabayeva presso il Cie di Ponte Galeria a Roma, dal 29 al 31 maggio 2013 – si legge ancora nelle motivazioni – e la successiva espulsione della donna e della figlia Aula verso la Repubblica del Kazakhistan rappresentano, ad avviso del Tribunale di Perugia, un caso eclatante non solo di palese illegalità/arbitrarietà delle procedure seguite dalle istituzioni italiane, ma , soprattutto, una ipotesi di patente violazione dei diritti fondamentali della persona umana”.

Per Cortese e Improta – che fino alla sentenza di ottobre erano rispettivamente questore di Palermo e capo della Polizia ferroviaria – la condanna è stata a cinque anni, per sequestro di persona commesso da pubblico ufficiale ai danni della Shalabayeva e della figlia. La stessa pena era stata decisa anche per Francesco Stampacchia e per Luca Armeni, che all’epoca dei fatti erano commissario capo e dirigente della sezione criminalità organizzata della squadra mobile di Roma, mentre i poliziotti Vincenzo Tramma e Stefano Leoni, erano stati condannati rispettivamente a quattro anni e a tre anni e sei mesi di reclusione.

Due anni e sei mesi per il reato di falso ideologico erano stati, invece, stabiliti per il giudice di pace Stefania Lavore, il cui ingresso nelle indagini comportò il trasferimento del procedimento da Roma a Perugia.



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