Shopping: re-commerce nuova tendenza, entro il 2024 il mercato Usa crescerà del 18,4%

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Cresce l’attenzione del retail al fenomeno re-commerce. In particolare, secondo i dati del sondaggio riportato da TechCrunch circa l’82% dei consumatori a livello globale vende o acquista prodotti di seconda mano. I fattori che spingono i consumatori a optare per il re-commerce sono legati principalmente alla “caccia all’affare”, che consente loro di risparmiare attraverso l’acquisto di prodotti di marca ad un prezzo accessibile o di guadagnare grazie alla vendita di articoli di seconda mano, che costituisce per molti un’ulteriore fonte di reddito.

In particolare, per la Generazione Z (13%) e i Millennial (19%) il re-commerce è diventato una fonte di reddito primaria o secondaria (30% per entrambi). Altra motivazione è rappresentata dalla ricerca di stili di consumo più sostenibili: se pensiamo che solo nel settore dell’abbigliamento ogni anno vengono scartati o distrutti prodotti invenduti o in eccesso per un valore complessivo di miliardi di dollari, e ne consideriamo l’impatto ambientale – l’industria della moda contribuisce fino al 10% delle emissioni di gas serra a livello mondiale -, è facile comprendere il riscontro positivo del re-commerce in termini di sostenibilità.

Forbes Usa rivela che il 62% dei Millennial e Gen Z preferisce acquistare capi prodotti da marchi che integrano una strategia di sostenibilità. Tutti fattori che accelerano la crescita del mercato del re-commerce, che si prevede raggiungerà 289 miliardi di dollari entro il 2027 (+80% rispetto al 2021), crescendo 5 volte più rapidamente del mercato del retail complessivo.

Questa tendenza che si sta verificando a livello globale, si riverbera anche nelle abitudini di acquisto dei consumatori italiani: secondo il sondaggio dello scorso maggio realizzato da Lega Coop e Ipsos circa un italiano su due ha acquistato almeno un prodotto usato negli ultimi 3 anni. In un mercato in cui il consumatore tende ad acquistare più spesso su canali digitali piuttosto che in negozi fisici, la maggior parte degli acquisti avviene tramite marketplace di re-commerce online (61%). Basti pensare che gli utenti trascorrono 27 minuti al giorno su queste piattaforme, poco meno del tempo che si trascorre su social come Facebook, Instagram o Snapchat (circa 30 minuti al giorno).

“È importante per le aziende del mondo retail dotarsi di applicazioni e piattaforme digitali modulari e flessibili ispirati ai principi del Composable Business, per abilitare rapidamente nuovi servizi e modelli di business e per costruire un customer journey semplice, personalizzato e facilmente evolvibile”, spiega Francesco Soncini Sessa, Head of Strategic Alliances di Mia-Platform, tech company italiana che accelera la creazione di piattaforme e applicazioni digitali, e che nel settore retail supporta le aziende nella costruzione di piattaforme omnicanale basate sui principi di Platform Engineering. “L’uso di soluzioni componibili nel settore retail è diventato fondamentale per le aziende che vogliono rimanere competitive e soddisfare le esigenze in continua evoluzione dei propri clienti. Grazie a un’architettura modulare, i player del settore possono ottenere una maggiore agilità operativa, personalizzazione dell’esperienza cliente, capacità di innovazione continua ed efficienza operativa, aggiungendo, sostituendo o integrando facilmente nuove funzionalità e applicazioni senza dover riscrivere l’intera infrastruttura”.

Sempre secondo Forbes Usa, si stima che le piattaforme di rivendita stiano progredendo ad un tasso di crescita annuale composto superiore al 34%. Il volume di rivendita di articoli di moda online negli Stati Uniti raddoppierà tra il 2022 e il 2026, quando raggiungerà i 23,92 miliardi di dollari.

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