Silvia Romano, impensabili foto esclusive: al tavolino del bar con… e l’Islam?

Libero Quotidiano News

Roberto Alessi 12 luglio 2020

“Per me il mio velo è un simbolo di libertà, perché sento dentro che Dio mi chiede di indossare il velo per elevare la mia dignità e il mio onore, perché coprendo il mio corpo so che una persona potrà vedere la mia anima», dice in un’intervista a un sito islamico Silvia Romano, oggi Aisha, la volontaria tenuta rapita per un anno e mezzo e tornata (dopo il pagamento di un riscatto, pare, di 4 milioni e passa, ai suoi carcerieri dell’Isis) convertita all’Islam. Ovviamente non sono d’accordo. D’altra parte, mi spiega un amico musulmano, ci sono alcune scuole di pensiero che non lo reputano obbligatorio. Il Corano è un libro importante, scritto in un’epoca dove le donne venivano fatte morire nelle stalle quando non servivano più ai loro mariti-padroni. Però, «contrariamente a quanto si pensa», leggo su Lettera 43, «nel Corano non viene sancito esplicitamente l’obbligo di velare il capo». Infatti ci sono musulmane famose come Rania, la regina di Giordania, Lalla Salma, moglie del re del Marocco, e Suzanne Mubarak, moglie dell’ex presidente egiziano, che non lo indossano. Silvia Romano è famosa. È diventata famosa dopo il suo rapimento e la sua liberazione e soprattutto per essere tornata con l’abito che gli integralisti impongono alle donne, che però, secondo lei, lo indossano per pura libera scelta. C’è da dire che Silvia, ora Aisha, fa anche una vita libera, frequenta una moschea di Milano, esce con gli amici. Una birra in compagnia. La vedo nelle foto al bar, uno di quei locali cantati da Battisti “Un panino, una birra e poi…”. Anche lei con la sua birra (probabilmente analcolica, ma in piccole quantità pare che l’alcol sia ammesso), seduta accanto a un amico, un bel ragazzo capellone, che sembra una rockstar, vestito ben più fresco di lei, T-shirt, calzoncini, capelli al vento. Pure quelli sono, anche se solo riservati ai maschi, “simbolo di libertà”.

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