Silvia Romano, la legittima difesa delle anime belle: dall'”armiamoci e partite” all'”armiamoci e pagate”

Libero Quotidiano News

Andrea Cionci 12 maggio 2020

Su Silvia Romano è stato già detto quasi tutto, persino che ora stanno tornando i misogini che vogliono “rinchiudere le donne a casa”. 
A parte gli scherzi, questo caso (uno, ormai, dei tanti) solleva una questione generale che fino ad oggi raramente è stata affrontata ripartendo da principi base. Negli ultimi 30 – 40 anni abbiamo cominciato a fare sempre più i conti con una “bontà” imposta e con i costi scaricati sulla comunità da quelle che, senza accenti dispregiativi, chiameremo per comodità “anime belle”. Di queste ce ne sono almeno due tipi-base. 
L’”anima bella centrifuga” come la Romano, che è spinta da grande amore verso i non-compatrioti, che pure sarebbero a portata di mano. Invece di occuparsi di poveri, malati, bambini, disabili, anziani  italiani, per i quali c’è ancora molta richiesta, queste persone scelgono di farlo in posti sperduti e pericolosi del pianeta esponendosi a rischi di ogni genere. Va tutto bene. I problemi nascono quando per questi “cittadini del mondo” si crea qualche prevedibile problema come il classico rapimento. In questo caso non è il mondo – di cui loro sarebbero cittadini –  a venire loro incontro, né il paese che li ospita momentaneamente, o la Ong che li coordina, bensì la cara vecchia Patria con i suoi soldi e i suoi Calipari, costretta a pagare i tagliagole. Al momento opportuno fa quindi comodo ritornare a sentirsi cittadini italiani.  Poi ci sono le “anime belle centripete”, quelle che invece, senza scomodarsi in prima persona, vogliono che questo (terzo) mondo e quell’altro si travasino direttamente in Italia anche se i loro concittadini non sono dello stesso avviso. Ovviamente, molto di rado questo secondo tipo di benefattori sconta direttamente le conseguenze del proprio slancio filantropico. E’ un vecchio cliché, ma di solito sono persone benestanti, che vivono in zone sicure e protette. Sarà ancor più banale ricordarlo, ma il Vaticano in questo è un campione: pur essendo uno stato estero, da sette anni ci martella con un ossessivo messaggio di accoglienza di cui sono però gli italiani a dover fare le spese.   Il Capo della Polizia Gabrielli sostiene che statisticamente un delinquente su tre, in Italia, sia straniero. Dato che gli stranieri residenti sono il 12% della popolazione residente, ne segue che uno straniero è potenzialmente 7 volte più pericoloso di un concittadino. Se la matematica non è un’opinione, accoglierli prevede oggettivamente dei rischi per i cittadini e, nel caso, anche stavolta deve essere lo Stato italiano a tirar fuori soldi e Forze dell’ordine. 
Queste due tipologie di anime belle, centrifughe e centripete, hanno quindi una cosa in comune: per i loro afflati umanitari – sui quali non ci permettiamo di esprimere giudizi di merito –  paga sempre Pantalone. Siamo passati dal vecchio “armiamoci e partite”, al nuovo “amiamoci e pagate”. 
A questo punto urge chiarire un concetto alla portata di tutti: per quanto alti siano i propri valori ispiratori, non si può fare la carità con il portafogli degli altri. 
La carità e la generosità sono valori che hanno dignità morale proprio a condizione che derivino spontaneamente dall’animo dei singoli che si assumono ogni onere. Nel momento in cui tali valori vengono imposti obtorto collo producono solo odio e conflitto sociale. 
Come difendersi da questa “carità egoista” che privilegia i meno prossimi a scapito dei più prossimi?
Pretendendo delle garanzie.
Ogni anima bella, centrifuga o centripeta che sia, faccia pure quel che crede provvedendo però prima a garantire la comunità, la Patria, dai possibili effetti negativi dei propri slanci filantropici. Chi compie viaggi in zone ritenute pericolose dal Ministero degli esteri sia tenuto ad avere le spalle ben coperte da un’assicurazione provata o da un’organizzazione seria che possa supportare i costi del riscatto o dell’esfiltrazione (tramite compagnie private di contractors). 
Chi vuole a tutti i costi accogliere dei migranti sul suolo italiano, si faccia carico di un’assicurazione che garantisca la comunità ospitante da eventuali danni arrecati dai nuovi arrivati e dell’onere di mantenere i migranti finché non siano inseriti in un circuito lavorativo legale. 
E tutto prenderà una piega diversa. Forse si riuscirà anche nell’impresa più difficile del mondo: quella di amare per primo chi ci sta vicino. 
Una quadratura del cerchio ce la fornisce la montagna e il modus operandi del Soccorso Alpino. Se uno sciatore in vena di forti emozioni si avventura in una zona proibita, a rischio valanghe, e viene travolto da una slavina, il Soccorso Alpino lo va a soccorrere con l’elicottero e lo porta in salvo. Poi però, lo sciatore, colpevole di aver infranto la zona proibita. paga di tasca propria quei 5.000-6.000 euro per l’elicottero e il personale infermieristico. Non è infatti giusto che la collettività paghi per la sua avventatezza, ci siamo?  Fin qui dovremmo essere tutti d’accordo. 
E allora, perché questo criterio non dovrebbe valere anche per le anime belle centrifughe e centripete, per i volontari delle Ong che si fanno rapire, così come per i fan dell’immigrazione?
Secondo concetto base: una rivelazione abbacinante che recentemente ci hanno elargito Papa Francesco e Fabio Fazio: “I NOSTRI COMPORTAMENTI INFLUISCONO SULLA VITA DEGLI ALTRI”.
Se questo è vero quando uno non paga le tasse, lo è altrettanto quando qualcuno mette in opera dei comportamenti pericolosi che richiederanno alla comunità un esborso di danaro, tempo ed energie varie.
 Facciamo un esempio banale, alla portata di tutti: se il sig. Rossi, “anima bella centripeta” volesse far dormire un barbone sbronzo nell’androne del proprio stabile, potrebbe farlo senza l’autorizzazione di tutti i condomini? NO.  Al massimo potrebbe accoglierlo nel suo appartamento. Questo esempio chiarisce come le proprie pulsioni caritatevoli non possano andare a contro una comunità  non consenziente.  
“Eh, ma gli altri condomini sono degli egoisti”. Tutto può essere, per carità, però esiste un diritto inalienabile ad un legittimo egoismo: un condomino ha il sacrosanto diritto di non trovarsi un clochard ubriaco nell’androne del palazzo e se così fosse, sarebbe facile immaginare il suo risentimento.  
Ai fini pratici del danno per la comunità, non conta che la persona si sia messa a rischio per cercare una rara specie di farfalle, per vivere un’esperienza emozionante o per portare medicine in un villaggio sperduto: se è entrata in una zona/situazione proibita ha messo la collettività in condizioni di doversi far carico del suo salvataggio. Il rapitore non è che fa diversificazioni del genere. 
Come è giusto che la collettività si adoperi per salvare una vita in difficoltà, è quindi altrettanto giusto che ci si premunisca per evitare questi sforzi applicando dei deterrenti tali da proteggere sia gli individui che la collettività. 
Ne segue che lo Stato potrebbe stilare una lista dei paesi e delle zone a rischio non solo per il turismo, ma anche per qualsiasi altra motivazione “privata” che possa produrre simili incidenti. 
In secondo luogo, potrebbe disincentivare l’iscrizione a Ong, o ad associazioni turistiche e sportive che non si attengono a parametri di sicurezza o che non prevedano forme assicurative tali da coprire ogni costo per i soccorsi. 
Detto ciò, chiunque decidesse ugualmente di iscriversi a queste associazioni e/o di recarsi nei posti “proibiti”, sarà doverosamente salvato, ma poi dovrebbe pagarne le relative conseguenze a livello pecuniario e/o penale per il danno prodotto alla collettività.  
Esattamente come succede per il Soccorso alpino. E’ importante che passino due concetti: il primo è che ogni cittadino deve essere responsabile delle proprie azioni. Il secondo, è che:  “I nostri comportamenti influiscono sempre sulla vita degli altri”. Dato che quest’ultimo principio è stato recentemente ribadito perfino da papa Francesco citando Fabio Fazio, siamo certi che la soluzione dovrebbe mettere d’accordo anche i sostenitori della “linea morbida”. 

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