Sonny Colbrelli eroe nel fango: la Parigi-Roubaix torna italiana

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La vittoria della vita in una corsa che rimarrà nella leggenda del ciclismo. Sonny Colbrelli, lombardo di Desenzano del Garda (lì dove è nato anche l’oro dei 100 metri a Tokyo Marcell Jacobs) ha trionfato nella Parigi-Roubaix numero 118: per molti la regina delle classiche, per altrettanti l’inferno del Nord, appellativi entrambi perfettamente calzanti. L’Italia non ci riusciva da 22 anni, dalle magliette ‘Io tifo Tafi’ che esaltavano il passistone toscano, che si prese la corsa nel 1999. Colbrelli, alla sua prima partecipazione alla Roubaix, ha corso in maniera esaltante, sempre nel vivo della corsa e accompagnato anche dalla fortuna, che alla Roubaix significa non cadere e non forare nei momenti chiave. Al monumento  Velodrome ha preceduto in una volata a tre altri due debuttanti della corsa: il ragazzino belga Florian Vermeersch e il ben più blasonato olandese Mathieu van der Poel, che dopo essere stato protagonista in alcuni tra i settori più significativi di pavé non ha avuto la lucidità – e le gambe – per piazzare il suo spunto. “Per me è un sogno, una leggenda, ero al limite. Quando la corsa è scoppiata ad Arenberg ho seguito Van der Poel – è il primo commento del vincitore – Moscon? Andava molto forte, ma dietro abbiamo fatto un lavoro tutti insieme. Anche allo sprint ho seguito Van der Poel. E’ stata una Roubaix super difficile per le cadute e lo stress, bisognava sempre stare davanti”.

La ‘splendida’ sconfitta di Gianni Moscon

Splendido nella vittoria Sonny Colbrelli, splendido nella sconfitta Gianni Moscon. Ad una trentina di km dall’arrivo la Roubaix era praticamente sua. Il morale e una straripante condizione atletica, oltre un minuto di vantaggio su inseguitori – tra i quali anche i tre che arriveranno al Velodrome – incerti sul da farsi. Ma la Roubaix, a ragione definita l’ultima follia del ciclismo moderno, riserva sorprese in ognuno dei 55mila metri di pavé: qualcuna di quelle pietre, magari neanche la più cattiva, magari la più insignificante, inizia a togliere certezze al trentino. Foratura, cambio bicicletta, una fetta di vantaggio (circa trenta secondi) che se ne va. Il resto dell’opera lo fa una delle tante trappole nel fango (per la precisione nel settore 7 di Pavé. In tutto sono 20, numerati in maniera decrescente). Qui Moscon cade. Carattere tosto, anche troppo vista la nomea da ragazzaccio che ne ha accompagnato la carriera (ad esempio fu cacciato dal Tour 2018 per un pugno a Gesbert e dalla Brixelles-Kuurne per aver tirato la bici ad un collega…).Moscon insiste, non attende gli inseguitori, poi viene agganciato e staccato in uno dei tratti più duri, il Carrefour de l’Arbre. Alla fine per un lui un amarissimo quarto posto.

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