Sopravvissuta al naufragio della Concordia va in vacanza dopo 11 anni, le figlie restano intossicate: “Doveva essere la mia rinascita”

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La tragedia vissuta sulla Costa Concordia nel 2012 l’ha traumatizzata tanto da non riuscire più a toccare il mare. «Ho visto persone suicidarsi, corpi senza vita galleggiare e sangue sulle pareti della nave». Da quella notte all’Isola del Giglio, Angela, 41 anni di Dragona, associa l’acqua alla morte. E quest’estate ha deciso di combattere la sua paura e sfidare il passato, organizzando un viaggio in Egitto, a Marsa Alam, per ripartire e tornare in mare. Ma quello che doveva essere la vacanza della liberazione si è trasformata in un incubo: «Le mie figlie sono state male per giorni, la più piccola ha rischiato il collasso». Tanto che Angela ha chiesto il rimborso: «Ho speso oltre 6 mila euro, i risparmi di anni: sono una madre separata, senza mantenimento, di due bambine. Ho fatto sacrifici per permettermi una vacanza così speciale. Con me è venuta la mia migliore amica, che è una sorella, perché da sola non ce l’avrei mai fatta».

Ma risarcimento, per cosa? Perché le sue due bambine, e il figlio dell’amica, in una cena beduina durante un’escursione nel deserto hanno mangiato o bevuto qualcosa che gli ha fatto male. «Hanno cominciato con il vomito, poi la febbre si è alzata fino a 41. Le feci della piccola erano completamente piene di sangue e la pressione era scesa a 38. Abbiamo passato una settimana con loro tre fermi al letto con le flebo attaccate. Utilizzavamo come supporto le lampade della stanza. Addirittura ci avevano detto che forse sarebbe stato necessario il trasporto a Il Cairo in ospedale. Una volta tornati a Roma, hanno continuato per 5 giorni le cure prescritte in Egitto e sono guariti».

Una frustrazione immensa: «Dalla finestra vedevamo un panorama spettacolare e noi non potevamo uscire. Le camere erano un via vai di sanitari e camerieri». Eppure la vacanza era iniziata bene: «La prima attività era snorkeling sott’acqua. Io avevo tanta paura, un blocco. L’istruttore Tito però è stato bravo, mi ha tenuto la mano ed è stato vicino per tutto il tempo». Al secondo giorno, la situazione è precipitata: «Ci hanno rimborsato ovviamente le altre escursioni, ma il soggiorno no. Ci hanno detto che avevamo comunque dormito nelle camere. Però non abbiamo usufruito del servizi del resto del villaggio». Angela si è affidata all’Associazione Giustitalia per trovare un accordo con l’agenzia viaggi.

Al di là dell’aspetto economico, quello organizzato da Angela sarebbe dovuto essere un viaggio simbolico. Per voltare pagina definitivamente dopo il trauma della Costa Concordia. Che difficilmente gli passerà. Quei momenti, confessa, sono sempre davanti i suoi occhi. «All’epoca non ho avuto assistenza psicologica, perché grazie ad amici e parenti sono riuscita piano piano a ripartire. E mi era stato chiesto di dare precedenza ai reduci che volevano suicidarsi. Non me la sono sentita così di chiedere aiuto io». Il ricordo più vivo che ha? «Quando ho cominciato a vedere che la nave si inclinava e chiedevo aiuto, ma mi dicevano che era solo un guasto tecnico. Ma io vedevo la gente bagnata fino al collo. Inoltre non avevo giubbotti in camera, mio marito era in sala per mangiare ed ero sola con mia figlia di 15 mesi».

C’è un altro episodio che non dimenticherà mai: «Eravamo sul ponte numero 4 e le scialuppe non erano più utilizzabili. C’era un mare di gente. Mi sono resa conto che non avrei mai portato a casa la bambina, che eravamo spacciate. L’apocalisse. Tanto che sono svenuta dal dolore quando ho fissato mia figlia negli occhi. Mi hanno rianimata, sono tornata in me e, quando ho visto sotto di noi una scialuppa, ho lanciato mia figlia. Così che almeno lei potesse tornare a casa. Lei però ha avuto delle convulsioni, con la bava alla bocca, così mi hanno fatto scendere anche a me. Urlavo nelle sue orecchie la canzoncina che utilizzavo sempre per addormentarla pur di non farle sentire le grida delle persone. Erano disumane, non c’erano più esseri umani, ma animali. Il Titanic dal vivo».
 

Angela alla fine si è salvata, ma lo shock è stato devastante. Anche per la figlia: «Non si ricorda niente ma è rimasta segnata. È timida, introversa, non si fida di nessuno e non esce con i suoi amici. Vuole stare sempre con me». La vacanza in Egitto avrebbe dovuto aiutare tutti. Invece è stata un’ulteriore cicatrice da chiudere.

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