Sos dei migranti in mare lAlarm corre sul filo

Sos dei migranti in mare: l’Alarm corre sul filo

La Republica News
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Al centralino unico della speranza dicono che è questione di numeri. Ne sbagli anche uno solo e la gente muore. Li azzecchi tutti, la gente sopravvive. Forse. “Veniamo contattati dai migranti su gommoni sperduti nel Mediterraneo e l’unica possibilità che abbiamo di rintracciarli è che ci leggano le coordinate del gps sul telefono satellitare. È la parte più straziante del nostro lavoro. Sono terrorizzati, a volte li sentiamo cadere in acqua, ti urlano che stanno per morire, che le onde sono alte, che hanno fame, e tu sei lì, nel tuo appartamento di Brighton, a pregarli di darti quei cavolo di numeri”. Deanna fa una pausa, qualcosa di drammatico e vissuto deve essere riaffiorato dal pozzo dei ricordi. “Capita che passi un’ora per capire se ti hanno detto 3 o 4, 4 o 5… Basta una cifra errata e non li trovi più. Oltretutto ci sono tre formati diversi per indicare la posizione. Si sente sempre un gran rumore in sottofondo, la connessione è disturbata, va e viene. Errori? Certo, se ne fanno. Ma quando non siamo sicuri delle coordinate o le riceviamo incomplete, lo specifichiamo nelle mail di allerta alle guardie costiere. Che, puntualmente, non ci rispondono”.
Deanna Dadusc, italiana, 36 anni, residente a Milano, ha due vite. Nella prima insegna criminologia all’Università di Brighton, dove è approdata dopo un dottorato di ricerca ad Amsterdam. Lezioni, aule, studenti, esami. Nella seconda fa l’attivista di Alarm Phone. Nottate di guardia al telefono, cartine dei mari col reticolo di meridiani e paralleli, cifre appuntate su pezzi di carta, la posta elettronica che rimbalza tra Roma, Tripoli e La Valletta. Il filo diretto con i disperati che sono a bordo e gli angosciati che sono rimasti a terra.Alarm Phone è innanzitutto un numero di telefono con prefisso francese (+334). “Non siamo fisicamente presenti in mare, non abbiamo imbarcazioni né elicotteri” spiegano sul sito web. “Se siete in pericolo, o se le autorità stanno effettuando un respingimento: 1) chiamate la guardia costiera, 2) chiamate Alarm Phone. Ci assicureremo che la vostra richiesta di soccorso venga gestita”. Appena ne hanno notizia segnalano su Twitter la posizione dei gommoni ai Centri di soccorso marittimo e alle navi delle ong. E non solo sulla rotta Libia-Italia. Coprono il Mar Egeo, il fiume Evros sul confine turco, la rotta atlantica Africa-Isole Canarie, la rotta Marocco-Spagna. Componi quel numero che inizia per 00334 e qualcuno ti risponderà. Sette giorni su sette, ventiquattrore su ventiquattro, Natale, Pasqua, Capodanno compresi. Ma Alarm Phone è anche un movimento di denuncia, che raccoglie testimonianze e rende pubblici i casi in cui le guardie costiere volutamente evitano il soccorso o, come è accaduto qualche mese fa con quella maltese, dirottano i gommoni verso le coste di altri Paesi. 

Di Alarm Phone, nato nel 2014, si è detto tanto, ma non si è detto tutto. C’è chi accusa i suoi attivisti di avere contatti con i trafficanti che organizzano le partenze e di avvertire prima le barche delle ong e poi i centri di soccorso. Finora, però, non sono mai stati coinvolti nelle indagini delle procure italiane. Solo la polizia greca, nel settembre scorso, su impulso dell’intelligence ha aperto un’inchiesta in cui anche Alarm Phone e Sea Watch sono indagati. Gli operatori della hotline dei mari respingono ogni addebito e fanno della riservatezza la propria bandiera, anche perché temono di essere intercettati o infiltrati. Tre di loro, però, hanno accettato di parlare col Venerdì.

Volontari di Alarm Phone a Brighton  “La rete è fatta da 150 volontari divisi in 20 gruppi sparsi in Europa e nel  Nord Africa”. Sono a Londra, Vienna, Brighton, Berlino, Tunisi, Smirne, a Palermo e altrove. “In Alarm Phone si entra solo se introdotti da qualcuno già dentro”. Il network è orizzontale: non ci sono capi o gerarchie, nessuno viene pagato, in forum su chat tipo WhatsApp organizzano la copertura del servizio e condividono strategie operative. Chi è di turno (8 ore) utilizza due smartphone: sul primo sono deviate le chiamate ricevute sul numero unico, il secondo serve per contattare le navi e le guardie costiere. Il gruppo di Brighton si riunisce nell’appartamento di Deanna. Sono in dieci. Prima di iniziare si viene sottoposti a un training di due giorni, attivisti esperti insegnano le procedure, le mappe, l’uso del Gps. Ma le variabili della realtà sono troppe per essere contemplate tutte in 48 ore di teoria. “Più di una volta ci è capitato di parlare con chi stava per annegare. A novembre siamo stati al telefono con Joanna, la madre di Joseph, il piccolo di 6 mesi che le è scivolato via dalle mani poco prima dell’arrivo di Open Arms. Ci faceva sentire la voce del suo Joseph, che stava male. Quella vocina non la dimenticheremo mai”.Chiara Denaro, che è assistente sociale e lavora per l’Università di Liverpool, fa parte del nucleo originario del 2014, quando erano 60 attivisti. “Col gruppo di Palermo mi occupo delle segnalazioni su Twitter e del team legale. Aiuto anche le famiglie nella ricerca dei sopravvissuti delle traversate”. Ha 35 anni e una figlia di nome Amal, che in arabo significa speranza. Pensava che, una volta mamma, avrebbe smesso con Alarm Phone, e invece Amal è stata un’iniezione di forza “proprio perché so che su quei gommoni ci sono bambini dell’età di mia figlia”.
L’idea del numero unico di emergenza risale al cosiddetto “naufragio dei bambini” dell’11 ottobre 2013 a Lampedusa (268 morti), al centro di indagini giornalistiche e giudiziarie per la presenza, nelle vicinanze, di una nave della Marina militare italiana che non è intervenuta. L’anno dopo, una mail inviata alle 21.55 del 10 ottobre a tutte le guardie costiere del Mediterraneo e sottoscritta da un pugno di associazioni (Welcome to Europe, Afrique Europe Interact, Borderline Europe, Noborder Marocco, Watch The Med e Voix des Migrantes), diventa l’atto di nascita di Alarm Phone: “Vi assicuriamo che vi daremo solo informazioni che abbiamo ricevuto e verificato con i mezzi a nostra disposizione. In cambio, vi chiediamo di avere notizie sulle operazioni di salvataggio. Il nostro progetto serve anche a fare pressione sull’opinione pubblica e le istituzioni europee”. Si sono ispirati a chi già allora riceveva e smistava le chiamate dai gommoni, come il sacerdote eritreo don Mussi Zerai, finito nell’indagine della Procura di Trapani contro la nave Iuventa e per presunti rapporti tra ong e scafisti. Sono passati tre anni e di quell’inchiesta non si è più saputo niente. “Contrariamente a quanto si legge in alcuni articoli, don Zerai non fa parte di Alarm Phone” sostiene Chiara. Che aggiunge: “All’inizio le autorità erano collaborative, ma il ritiro dei mezzi di soccorso militari e la cooperazione con Tripoli hanno modificato i rapporti. Ora non ci rispondono al telefono e, quando lo fanno, ci dicono di chiamare la cosiddetta Guardia costiera libica”. I 150 di Alarm Phone sono professori, militanti per i diritti umani, studenti, alcuni appena maggiorenni altri in età da pensione. Parliamo con Hela Kanakane, 25 anni, che frequenta economia all’università di Tunisi e si è unita al gruppo nel 2018, dopo aver partecipato al World Social forum. Hela ha una qualità preziosa: conosce l’arabo. E si è data una regola, che poi è quella rispettata da tutti coloro che fanno il turno al telefono: “Non dico mai ai migranti la frase: ‘i soccorsi stanno arrivando’. Perché non lo so, e non voglio dar loro false speranze”. E come si tranquillizza un uomo o una donna che stanno per affogare? “Dicendo loro che non sono soli. E che tutto ciò che si può fare, noi lo faremo”.Sul Venerdì dell’11 dicembre 2020



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