Stefano Lo Russo, nuovo sindaco di Torino: dall’Itis al Politecnico, ritratto del secchione che con la sua seggiola ha dato retta ai cittadini

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Il prof ha studiato tanto, e alla fine ha passato l’esame con lode. Il giovane docente del Politecnico (Geologia), 46 anni compiuti tre giorni fa, era stato un allievo modello di Sergio Chiamparino, un assessore operativo di Piero Fassino, due predecessori sulla più alta poltrona di Palazzo Civico, così diversa e così uguale alla seggiola pieghevole che Stefano Lo Russo si è portato dietro per mesi, facendoci sedere i torinesi per ascoltarli. Il trono di sindaco di una città in declino, stanca, prostrata dal Covid e dalla recessione è come il tappeto del fachiro, non mancano i chiodi ma Stefano Lo Russo è abile nello smussare, nell’imbottire. “I primi cento giorni di governo li dedicherò alla pacificazione”, ha infatti detto dopo essersi messo in testa la simbolica coroncina d’alloro, come i suoi studenti quando si laureano.

Il secchione, come lo ha chiamato Chiamparino (“Ma di quelli buoni, che passano i compiti”), è un esponente Pd senza ideologie. La prima persona che ha voluto ricordare, dopo il successo, è un sacerdote scomparso da qualche anno, don Aldo Rabino, ex cappellano del Torino Calcio, colui che Lo Russo definisce il suo maestro e ispiratore (ma Stefano tifa Juve). Quando il ragazzo era un allievo delle scuole salesiane e stava per prendere il diploma da perito, don Aldo gli fece conoscere il mondo del volontariato e lo coinvolse nell’Operazione Mato Grosso. Qualche anno più tardi gli disse: “Perché non ti impegni in politica”? Stefano lo fece. Infine gli confessò: “Credo che tu potresti diventare un buon sindaco”. Nessuna profezia del vecchio sacerdote si sarebbe rivelata sbagliata.

Stefano Lo Russo, una figlia, sposato e separato, è uno dei massimi esperti europei di idrogeologia. Si è arrampicato in cima al Politecnico, autentico totem culturale di Torino, partendo dall’Itis, e questo non è da tutti. La sua famiglia aveva mezzi economici modesti, e scelse le scuole tecniche perché, se poi fossero costate troppo, il ragazzo avrebbe comunque incominciato a lavorare. E lo farà, sì, ma dopo la laurea in geologia, facoltà scelta tirando in aria una moneta: c’era in ballottaggio giurisprudenza, non proprio la stessa cosa, ma uscì tre volte testa e Stefano seguì il segno e il destino. Poi, tra un concorso fallito e altri invece vinti, si è fatto le ossa mappando tutte le sorgenti di acque minerali del Piemonte, e ha messo a punto un metodo per conoscerne la vulnerabilità all’inquinamento. Lavoro e politica, però senza mai mescolare né separare: un secchione, come si diceva.

Dopo la sconfitta, durissima, del centrosinistra cinque anni fa, Lo Russo e la sua squadra hanno capito che il Pd doveva ripartire dal territorio, da quelle piazze e da quelle strade, comprese fabbriche e periferie, quasi abbandonate all’onda populista di Lega e 5Stelle. Dopo le primarie vinte, e partendo comunque in ritardo nella corsa a Palazzo Civico rispetto al suo avversario Paolo Damilano, imprenditore dell’acqua minerale (ancora sorgenti: le coincidenze, a volte…), Lo Russo ha preso la sua seggiola, anzi due: una per sé e l’altra per i torinesi, e si è messo ad ascoltarli. Ha utilizzato strumenti di lavoro semplici, ma molto efficaci: un tavolino, una clessidra (5′ di tempo per ogni incontro), un grosso notes e una penna. La gente parlava e lui prendeva appunti. Questo è piaciuto molto agli elettori, ma adesso quegli appunti dovranno servire a ridestare Torino, a farla ripartire dopo la sua notte più lunga. E si sa che i secchioni di notte lavorano, non si fermano mai.

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