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Stelvio, la memoria dei ghiacciai: riaffiorano i reperti della Grande Guerra

La Republica News
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Gli enigmi del ghiaccio, i misteri e le tracce della storia riemergono dal fondo del tempo con lo scioglimento e il progressivo ritiro dei ghiacciai sulle Alpi. Il terreno ghiacciato sembrava eterno invece sparisce velocemente. Ma la storia avanza, non arretra. E così i resti del passato ricompaiono a distanza di molti decenni. La riduzione dei ghiacciai alpini sta riportando infatti alla luce una quantità sempre più alta di reperti bellici risalenti alle due guerre mondiali.

La zona dei Passi di Zebrù, difesi un tempo da interi chilometri di filo spinato, con affaccio sul Ghiacciaio dei Forni, altra area di interesse per chi fa ricerca anche in ambito storiografico 

A Bormio, ai piedi del gruppo montuoso dell’Ortles-Cevedale, porta di accesso al Parco Nazionale dello Stelvio, verrà prossimamente aperto addirittura un museo che presenterà i materiali della Grande Guerra rinvenuti nel 2015 sulla cima del Monte Scorluzzo a 3094 metri di altitudine. E’ il picco che sovrasta il Passo dello Stelvio, dove lo scioglimento del ghiaccio ha fatto riaffiorare dalle profondità della memoria una serie di oggetti riconducibili al periodo storico contrassegnato dal primo conflitto armato che coinvolse le principali potenze mondiali e molte di quelle minori tra l’estate del 1914 e la fine del 1918. Il progetto museale è fortemente voluto dall’assessore Massimo Sertori che ha le deleghe a Enti Locali, Montagna e Piccoli Comuni della Regione Lombardia, ed è in fase di realizzazione con il coinvolgimento del Parco e del Museo della Guerra Bianca in Adamello che si occupa della tutela e della valorizzazione del patrimonio storico della Prima Guerra Mondiale, con sedi a Temù e al Forte Montecchio Nord a Colico. La rilevanza dei ritrovamenti consiste soprattutto nella qualità della loro conservazione.

Feritoia da cui si affacciavano le bocche da fuoco austro-ungariche nell’area del Passo dello Stelvio 

Centinaia di reperti bellici preservati in modo eccellente dai ghiacci, non solo armamenti ma slitte, letti di paglia, lanterne, giornali, monete, indumenti, cartoline e scatolame vario. I ghiacciai d’altronde sono dei presidi proprio della conservazione della memoria, sotto diversi aspetti. I ghiacciai alpini conservano la memoria del clima e dell’ambiente, che si è depositata e stratificata nel corso del tempo, ma anche i resti tangibili del passato, oggetti fisici che vengono appunto ritrovati praticamente intatti per via del ritiro inesorabile della superficie ghiacciata a causa del riscaldamento globale.

Rifugio Monzino 

Casi sempre più frequenti oggi e che richiamano quello molto noto del 1991 ovvero la scoperta di “Ötzi” sulle Alpi Venoste in Alto Adige, una mummia risalente all’età del Rame nel tardo Neolitico. L’uomo venuto dal ghiaccio era infatti riaffiorato in una conca naturale a 3210 metri di quota da un sonno glaciale durato circa 5300 anni. Di fatto questo importante ritrovamento ha aperto la strada all’archeologia glaciale. “Un cadavere viene ritrovato ogni due o tre anni di solito sui luoghi dove si sono svolti i combattimenti sul ghiacciaio” spiega Marco Ghizzoni, curatore del Museo della Guerra Bianca in Adamello, e l’aumento della frequenza di questi episodi è direttamente collegato al ritiro dei ghiacciai. Un paio di anni fa nel massiccio del Monte Bianco, il custode dello storico Rifugio Monzino, la casa degli alpinisti d’élite, ha ritrovato durante l’estate l’attrezzatura quasi completa e perfettamente integra di un’ascensione alpinistica del 2003.

La Prima Guerra, combattuta sul fronte fra lo Stelvio, il Gavia e l’Adamello fino alle quote più elevate, è nota qui come Guerra Bianca. (foto: Archivio Museo della Guerra Bianca in Adamello – fondo Robbiati) 

“Nel febbraio di quell’anno – racconta Mauro Opezzo, che si occupa del rifugio con il gestore Armando Chanoine – due grandi alpinisti francesi, Patrick Berhault e Philippe Magnin, con un campo base ai Bivacchi Eccles di 23 giorni, concatenarono 16 itinerari glaciali e rocciosi nel versante del Brouillard e del Freney. Smarrirono in quelle circostanze un sacco con materiale da scalata, corde, ramponi e piccozze, che ho ritrovato nel mese d luglio sul ghiacciaio del Brouillard a seguito dello scioglimento delle nevi e ho poi depositato nel magazzino del Rifugio Monzino. Curioso del materiale contenuto nel sacco ho iniziato poi col mio amico Enrico, guida alpina ed appassionato delle vie del Bianco, a catalogarlo, Grazie alla nostra formazione sulla storia dell’alpinismo, siamo riusciti a capire l’appartenenza e a contattare Philippe, che ci ha poi raggiunti in rifugio per rivedere il materiale e ricordare il suo amico e compagno Patrick Berhault scomparso nel 2004″.

I ghiacciai mantengono intatta la memoria ma purtroppo imprigionano anche enormi quantità di anidride carbonica per mezzo del permafrost, accelerando ulteriormente il riscaldamento globale e lo scioglimento di altro permafrost. Le conseguenze dei cambiamenti climatici sono visibili su tutte le Alpi italiane e nessun ghiacciaio sembra esserne immune, dalla Marmolada al Gran Paradiso. I frammenti di vita quotidiana in tempo di guerra, destinati ai musei, sono una magra consolazione: baracche, vestiti, barattoli ed armi rappresentano una testimonianza utile per comprendere e inquadrare ancora meglio il periodo storico della guerra ma anche, purtroppo, l’attuale fase contemporanea segnata dall’emergenza climatica.



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