Strage di Ustica, ecco come è nata l’intervista e perché ora bisogna andare avanti

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Le reazioni all’intervista di Giuliano Amato sono state di diverso genere. Se una parte del Paese plaude alla ricerca della verità, larga parte del giornalismo e della politica non è sembrata all’altezza della sfida. Perché ora? Con quali mire? Quale oscuro fine muove l’inarrestabile dottor Sottile? E quali prove nuove porta a sostegno della sua tesi? Se non le ha, che vuole da noi? In fondo è solo il parere di un privato cittadino, ha liquidato il ministro degli Esteri Tajani. Ancora ieri pomeriggio, nella trasmissione di Gerardo Greco, il viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto ha valutato l’intervista come brillante prova giornalistica, nulla di più: «Elementi giudiziariamente rilevanti non ce ne sono. Mi si obietta che è una testimonianza che ha valore politico. Mi spiega lei che c’entra la politica con Ustica?».

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Proviamo a spiegare. Sabato su questo giornale Giuliano Amato rende una testimonianza di straordinario valore civile e politico. Non perché rivela verità segrete, ma perché dà nuova linfa a un’ipotesi consegnata agli atti giudiziari, alle perizie, alle inchieste coraggiose. Tra le ricostruzioni, dice Amato, la più credibile attribuisce a un aereo francese il missile che ha abbattuto il Dc 9 dell’Itavia, la sera del 27 giugno di 43 anni fa. È l’opinione di un cittadino qualsiasi? No, è la testimonianza di un uomo di Stato che per 40 anni ha vissuto nel cuore delle istituzioni, adoperandosi nelle sedi appropriate perché la verità venisse fuori, contro i tentativi di depistaggio.

Cosa ci dice oggi? La tragedia di Ustica è stata un atto di guerra in tempo di pace che ha violato la nostra sovranità nazionale. La politica non ha avuto interesse ad approfondire la verità. E gli alti comandi militari si sono messi di traverso perché i fatti non venissero accertati. Ha senso ora continuare a occultare la verità, in nome di una ragion di Stato o di Stati? Da qui l’appello ai protagonisti allora reticenti perché aiutino i giudici a dare un nome agli assassini. Ecco che c’entra la politica con la giustizia: le porte un tempo chiuse si possono riaprire. Dagli archivi possono arrivare nuove carte. E i governi possono sostenere la ricerca, sciogliendo misteri di quarant’anni prima.

Le reazioni

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Per due giorni l’intervista è rimbalzata su giornali, tv, agenzie e ovviamente nell’arena digitale. Invece di guardare alla sostanza — importantissima — ci si è esercitati su doppi fini e congetture improbabili. Ieri abbiamo letto che Amato avrebbe ritrattato tutto, forse con percussione di petto. Così l’ho chiamato: non sarà il caso di spiegare la genesi dell’intervista e le sue finalità? Ci è arrivato il testo che qui pubblichiamo. Le nuove generazioni capiranno, le nostre fanno fatica. Ma è in gioco la verità su ottantuno vittime innocenti di cui non conosciamo ancora i colpevoli. Si deve andare avanti.

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