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Strage funivia, nel mirino degli inquirenti anche il manovratore: non disobbedì all’ordine di mettere i forchettoni

La Republica News
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Sotto la lente di inquirenti e investigatori, nell’inchiesta della procura di Verbania sull’incidente della funivia del Mottarone che ha provocato 14 morti, entrano ora il ruolo e le presunte responsabilità dell’operatore che quella mattina del 23 maggio, giorno della tragedia, non rimosse i forchettoni dai freni di emergenza su “ordine”, come chiarito da lui stesso a verbale, di Gabriele Tadini, caposervizio. Le analisi sulle eventuali responsabilità si concentrano su quella mattina, sulla decisione di tenere i ceppi e sulla consapevolezza del dipendente che non li tolse: “Gli addetti avrebbero anche potuto rifiutarsi di disattivare i freni” ha detto la stessa gip, nell’ordinanza con cui ha scarcerato i tre indagati mettendo ai domiciliari Tadini, pur muovendo pesanti critiche all’operato della procura di Verbania.

L’addetto, un manovratore, potrebbe presto entrare nell’elenco degli indagati: sentito come persona informata dei fatti (decisione anche questa aspramente criticata dal gip), è il principale accusatore del caposervizio Tadini, dall’altra notte agli arresti domiciliari nella sua casa di Borgomanero: “E’ stato Gabriele Tadini a ordinare” di mettere “i ceppi” per bloccare i freni di emergenza della cabina e la loro installazione era “avvenuta già dall’inizio della stagione, il 26 aprile, quando l’impianto tornò in funzione dopo le restrizioni anti-Covid” ha detto in un passaggio chiave della sua deposizione. Il dipendente ha aggiunto anche che  “Tadini ordinò di far funzionare l’impianto con i ceppi inseriti” a causa delle anomalie al sistema frenante non risolte, “anche se non erano garantite le condizioni di sicurezza necessarie”. Tadini, secondo il manovratore, diceva: “Prima che si rompa il cavo ce ne vuole”.

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Uno dei punti su cui si stanno concentrando gli inquirenti è anche l’analisi delle comunicazioni, via chat o mail, tra il caposervizio Gabriele Tadini e il gestore Luigi Nerini e il direttore dell’impianto Enrico Perocchio. L’obiettivo è verificare se ci siano state indicazioni sull’uso dei forchettoni per disattivare i freni di emergenza o sulle anomalie del sistema frenante. Anomalie che hanno portato Tadini a bloccare i freni con “i ceppi”. I telefoni dei tre infatti sono stati sequestrati nei giorni scorsi.

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Oltre alla possibilità sempre più concreta che nell’inchiesta entrino nuovi indagati c’è il capitolo degli accertamenti irripetibili, necessari anche per fare chiarezza su un capitolo ancora mancante, la prima causa della strage. Gli accertamenti irripetibili che saranno disposti nell’inchiesta sull’incidente della funivia del Mottarone “sono finalizzati a capire perché la fune si sia rotta e sfilata, e se il sistema frenante avesse dei difetti”, e da queste analisi si vedrà se “emergeranno” anche altre responsabilità. Lo ha chiarito la procuratrice di Verbania, Olimpia Bossi.

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Alcuni accertamenti, ha precisato il magistrato, andranno svolti con la cabina ancora là sul luogo della tragedia e altri “dopo la rimozione della stessa: non sarà dunque facilissimo e rapidissimo e quindi serviranno ditte specializzate”. Il procuratore ha chiarito di non poter fare ora “ipotesi senza una certezza tecnica” sulla rottura della fune. E per il momento si sa solo che “cronologicamente prima si è spezzata la fune e poi essendo stato disattivato il sistema frenante la cabina è precipitata”.

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Bossi è tornata a parlare anche in merito alle scarcerazioni dei due indagati Luigi Nerini, il gestore, e Enrico Perocchio, direttore di esercizio, dei domiciliari a Gabriele Tadini, caposervizio, chiarendo che “l’impianto accusatorio come qualificazione giuridica dei fatti resta invariato e anzi è stato avallato” con la misura cautelare per Tadini per omissione dolosa aggravata dal disastro, e da ciò “ripartiamo”. Sui due il gip parla di indizi insufficienti: “Restano indagati – ha concluso il pm – e l’attività di ricerca prove sarebbe andata avanti comunque”.

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