Strage in India tra i ghepardi di Modi. Sfuma il sogno del ripopolamento

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LONDRA – L’animale simbolo dell’India è la tigre, eletta da Rudyard Kipling a uno dei protagonisti del suo romanzo “Il libro della giungla”, accanto all’orso, alla pantera, al pitone e al bambino Mogwli. Nella giungla narrata dal grande scrittore al tempo del British Raj, come era chiamato quell’immenso Paese al tempo dell’Impero britannico, correva tuttavia anche il ghepardo. Divento’ una delle prede preferite dei cacciatori bianchi, tanto che quando nel 1948 Gandhi mise fine all’era coloniale, conquistando l’indipendenza, lo splendido felino maculato si era completamente estinto.

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Nel 2022 il primo ministro Narendra Modi ha liberato personalmente nella foresta del Kuno National Park, un enclave naturale di 5 mila chilometri quadrati, il primo di otto ghepardi importati dall’Africa, saliti a venti qualche mese dopo, scegliendo solennemente il giorno del suo compleanno per marcare l’evento come ennesimo esempio della rinascita nazionale portata avanti dal proprio governo, la cui ambizione è ricondurre l’India alla gloria pre-coloniale. Ma un anno più tardi il ripopolamento dei ghepardi sembra in crisi, se non fallito: una dozzina di animali sono morti, per salvare i superstiti è stato necessario trasferirli in un’area protetta recintata e sul programma piovono critiche da tutte le parti.

Le cause della morte

A ucciderli sono vari fattori: malnutrizione, infezioni alimentate dai monsoni, animali più grossi come leopardi e orsi, oppure iene che si muovono a branchi nello stesso territorio, cacciatori di frodo interessati alla loro pelliccia, contadini infuriati perché i ghepardi ne attaccano le pecore. Timori di questo tipo circolavano fra naturalisti e conservazionisti fin dall’annuncio del “Project Cheetah”, come si chiama il programma di ripopolamento (traduzione di ghepardo in inglese).

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Alcuni ammoniscono che sarebbe stato difficile reinserire il ghepardo in un habitat mutato rispetto a un secolo fa. Altri ricordano che in India ci sono altre specie a rischio di estinzione e sarebbe stato meglio concentrare sforzi e risorse su questi. Qualcuno sostiene che il ghepardo, pur presente in varie regioni dell’Asia nel remoto passato, non era più una specie indigena quando l’India divenne una colonia del British Empire e che fu reintrodotto dai colonizzatori inglesi soltanto per divertirsi a cacciarlo: in sostanza per sterminarlo di nuovo (sebbene tra il 1500 e il 1850, ghepardi addomesticati aiutassero i cacciatori reali). Infine ci sono proteste perché, per allargare lo spazio riservato ai ghepardi, sono stati spostati interi villaggi.

Critiche a Modi

Oggi perciò molti criticano Modi, sottolineando che, nella sua campagna per il ritorno del ghepardo indiano, ha ignorato il parere degli esperti dando piuttosto ascolto ai suoi spin doctors, i pierre che lo aiutano a usare ogni mezzo per esaltare il nazionalismo populista induista. “Il governo ha messo la vanità prima della scienza”, accusa Jairam Ramesh, un ex-ministro dell’Ambiente del Congress Party, il principale partito di opposizione, che pure fu tra gli iniziatori del progetto quando era al potere.

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Non manca chi continua ad appoggiare il programma. “Questo è il primo trasferimento intercontinentale di un carnivoro”, dice Yadvendradev Jhala, ex direttore del Wildlife Insitute dell’India, l’associazione conservazionista che aveva collaborato a preparare il progetto ma poi ne è stata allontanata, “tutto il mondo ci guarda, non possiamo permetterci di fallire”. Gli ottimisti notano che il reinserimento del ghepardo avrebbe un effetto positivo sull’eco sistema indiano e potrebbe ispirare programmi simili in altri Paesi, avvertendo che occorre pazienza: era previsto che circa metà dei ghepardi non sarebbero sopravvissuti al trasferimento e che ci sarebbe voluto tempo per fare arrivare la loro popolazione a un numero stabile di almeno 40 esemplari. I pessimisti ribattono che perfino i precedenti tentativi di ripopolare il ghepardo in altri Paesi africani, importandolo dalla Namibia (come ha fatto anche l’India), non hanno dato buoni risultati. Il felino più veloce della terra, capace di correre fino a 100 chilometri orari, è un animale delicato: farlo traslocare da una nazione all’altra, o peggio ancora da un continente all’altro, è difficile. Ciononostante, per adesso il premier Modi non fa marcia indietro dall’ambiziosa e costosa impresa di provare a riscrivere, per così dire, il libro della giungla, aggiungendo il ghepardo alla tigre Shere Khan, alla pantera Bagheera , all’orso Baloo e al pitone Kaa.

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