Terre rare, la Cina minaccia l’export negli Usa dei minerali preziosi per Difesa e hi-tech

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Roma. Le materie prime come arma da usare nelle guerre commerciali tra grandi potenze. Il petrolio lo è stato per decenni. Ma in epoca di grandi trasformazioni tecnologiche ci sono altri materiali che hanno conquistato la scena, Meno noti, ma molto più preziosi. Ecco perché il governo cinese – secondo quanto riferisce il Financial Times –  sta valutando di bloccare le esportazioni di “terre rare” dirette verso gli Stati Uniti. In prima battuta per rallentare l’industria militare, facendo capire di essere preoccupata per la possibile esaclation della guerra fredda tra Pechino e Washington.

Ma, in realtà, il blocco dell’approvvigionamento di terre rare significherebbe mettere in crisi anche altri settori dell’industria civile, dalle telecomunicazioni alle rinnovabili, per non dire delle tecnologie legate alle auto elettriche o a guida autonoma.

Per capirne il motivo bisogna prima ricordare che cosa si intende con “terre rare”: si tratta, come dice l’aggettivo, di elementi che non si trovano facilmente in natura e di cui – guarda caso – la Cina è leader assoluta: delle terre rare fanno parte minerali come lantanio, terbio, disprosio, ittrio, neodimio e lutezio. Secondo il sito che si occupa di economia etica Valori.it, Pechino controlla il 62% di tutte le terre rare estratte (il 90 per cento dopo la lavorazione a valle), nonché il 37% delle riserve mondiali al momento conosciute. Questo significa che non solo la Cina possiede di gran lunga la maggior parte delle miniere finora scoperte a livello globale, ma è anche il Paese con l’industria estrattiva più efficiente. Una forza contrattuale non indifferente che può diventare un’arma di pressione geopolitica.

Si diceva della loro importanza in campo industriale. Un esempio preso dall’automotive rende l’idea: è stato calcolato che per ogni modello di Toyota Prius, soltanto fino a un anno fa, occorreva un chilogrammo di neodimio per ogni motore da costruire e dai 10 ai 15 chilogrammi di lantanio per ogni batteria. E per le batterie passa lo sviluppo di tutta l’industria delle green car. Per non parlare delle telecomunicazioni, dove le terre rare sono fondamentali nei cavi a fibra ottica e per l’hi-tech, per la produzione di microprocessori.

Nonché per l’industria militare: sempre secondo il Financial Times, il governo cinese vorrebbe – in particolare – rallentare la produzione dei caccia F-35: secondo l’articolo del quotidiano inglese, “il ministero dell’Industria e delle Tecnologie avrebbe proposte il blocco alle esportazioni a 17 elementi che fanno parte delle terre rare, chiedendo anche un parere a esponenti di primo piano delle imprese nazionali su quali sarebbero state le conseguenze per l’industria della difesa americana”,

Non è la prima volta che Pechino usa le terre rare come deterrente per risolvere contenziosi a suo favore. Lo aveva già fatto nel 2005 con il Giappone, per risolvere un braccio di ferro sulla sovranità delle isole Senkaku, per il controllo dei ricchi giacimenti petroliferi attorno all’arcipelago. Contenzioso poi allargato a Stati Uniti e Unione europea, schierati con il governo di Tokyo: la conseguenza allora fu un blocco delle esportazioni che fece salire i prezzi delle terre rare fino al 400%. Blocco rimosso 4 anni dopo e solo dopo una condanna della Cina da parte del Wto.

Da allora Pechino ha introdotto quote alle esportazioni, tetti alla produzione e tasse sull’export, aggiungendo una serie di restrizioni agli investimenti esteri nella produzione di terre rare. Ufficialmente per ragioni di “protezione ambientale e tutela delle proprie risorse naturali”.  Ma senza dimenticare che la penuria di materia prima, alla prima occasione, può diventare un’arma commerciale e politica. A cui gli stati occidentali hanno risposto finanziando la ricerca per l’uso di materiali alternativi da usare nei settori pù colpiti.

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