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Tesco, vittoria delle lavoratrici sulla parità di stipendio. “Una rivoluzione”

La Republica News
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MILANO – Vittoria dei 6mila lavoratori della Tesco che si erano opposti alla catena di supermercati del Regno Unito, dal tribunale di Watford arrivando fino alla Corte di giustizia della Ue, per ottenere parità di stipendi tra uomini e donne. Una decisione che avrà importanti ripercussioni anche fuori dalla vicenda britannica, assicura Giampiero Falasca, partner dello studio legale internazionale Dla Piper sugli aspetti del lavoro, parlando di “una piccola grande rivoluzione”.

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La vicenda della Tesco

Secondo i lavoratori, la compagnia ha trattato diversamente i dipendenti dei negozi – principalmente donne – rispetto a quelli della distribuzione – soprattutto uomini – come ricostrusce la Reuters. Il problema è che, secondo i ricorrenti, lo staff dovrebbe esser considerato una cosa sola e quindi godere dei medisimi salari. La Corte di giustizia ripercorre quel che hanno chiesto le lavoratrici: hanno fatto valere, “da un lato, che il loro lavoro e quello dei lavoratori di sesso maschile impiegati dalla Tesco Stores presso i centri di distribuzione della sua rete hanno pari valore” e “che esse hanno il diritto di confrontare il loro lavoro con quello di detti lavoratori, pur se svolto presso stabilimenti diversi”. A giustificare la loro posizione ci sarebbe l’articolo 157 del Trattato dell’Ue e “in conformità a tale articolo, le loro condizioni di lavoro e quelle di detti lavoratori sarebbero riconducibili a un'”unica fonte”, ossia la Tesco Stores”. La società, invece, sostiene che l’articolo europeo “non ha effetto diretto nell’ambito di azioni fondate su un lavoro di pari valore, sicché le ricorrenti nel procedimento principale non possono invocare tale disposizione dinanzi al giudice del rinvio. Inoltre, essa contesta di poter essere qualificata come “unica fonte””.

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La Corte, nell’accogliere di fatto la posizione dei lavoratori (anche se sarà poi il giudice nazionale a decidere nel merito) ricorda che quello sulla parità salariale è un principio “sancito dal diritto dell’Unione” e che “può essere direttamente invocato, per uno ‘stesso lavoro’ come per un ‘lavoro di pari valore’, nelle controversie tra privati”. Lussemburgo spiega, inoltre, che quando le condizioni di retribuzione “possono essere ricondotte a un’unica fonte”, come nel caso dei lavoratori di Tesco, “il lavoro e la retribuzione di tali lavoratori possono essere messi a confronto, anche qualora questi ultimi lavorino presso stabilimenti diversi”. Quindi, per la Corte, l’articolo del trattato “ha efficacia diretta nelle controversie tra privati in cui è dedotta l’inosservanza del principio della parità di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e lavoratori di sesso femminile per un ‘lavoro di pari valore'” e “tale disposizione può essere invocata dinanzi ai giudici nazionali”.

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Giampiero Falasca, partner Employment dello studio legale internazionale DLA Piper, spiega che “la sentenza afferma un principio importante non tanto per il suo contenuto – visto che dovremmo considerare scontato il principio di parità di trattamento – quanto per il fatto che viene dichiarata l’immediata utilizzabilità del principio anche in caso di conflitto e contenzioso. La parità di genere ormai ha bisogno di questo: meno affermazioni di principio e maggiori strumenti concreti per superare le diseguaglianze”.

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Falasca parla di “una piccola grande rivoluzione ” e nota quali sono i due principi fondamentali che pone la Corte Ue.

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In primo luogo “allarga” il concetto di parità salariale, perché questo “è da applicare, ci dice Lussembrgo, a lavori ‘di pare valore’. Un ampliamento enorme del campo di applicazione, perché stabilisce che lavoratore e lavoratrice in un’azienda non devono avere la stessa specifica mansione, ma essere comparabili e, in qualche modo, messi sullo stesso piano”. Se c’è un evidente salto di qualià nella tutela delle lavoratrici, ci sono altrettanto grandi responsabilità nell’applicazione. “Per come è costruita la sentenza, non necessità di una ulteriore normazione a livello nazionale ed è immediatamente applicabile: da domani mattina una lavoratrice potrebbe invocare questo principio”. Toccherà allora ai giudici valutare quali siano i casi di ‘pari valore’ e quali no. Il principio è ovviamente positivo – aggiunge Falasca – ma è innegabile il rischio di lasciare campo libero alla interpretazione giurisprudenziale, che darebbe luogo a incertezza”. Per evitare questa discrezionalità, per l’esperto “sarebbe bene, partendo dalle norme esistenti, che il legislatore facesse chiarezza su questo aspetto”.

Il secondo aspetto rilevante – anche per l’ordinamento italiano – “è che il principio è invocabile direttamente in giudizio. Si toglie qualsiasi dubbio sul fatto che la lavoratrice possa andare fino in fondo a chiedere la verifica su una potenziale discriminazione, che potrebbe non riguardare solo la retribuzione di base ma anche accessori, superminimi e via dicendo. La sentenza precisa che il principio vale sempre, non solo tra privati ma anche in presenza di un contratto collettivo o di una norma specifica. In pratica, il lavoratore può scavalcare questi accordi e chiedere al giudice una verifica diretta della presunta descriminazione”.



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