“Tipico dei parac***”. In aula, l’applauso a Conte in stile-Fantozzi? La pesantissima verità su quella scena

Libero Quotidiano News

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Renato Farina 24 luglio 2020

Dove ha lasciato il cavallo bianco? Questo ci siamo domandati tutti noi assistendo in diretta tivù all’ingresso glorioso di Giuseppe Conte in Senato. Non si poteva fare un’eccezione, presidente Casellati? C’è pure il precedente del destriero di Caligola. Un’impennata e un nitrito. Sarebbe stato magnifico. Non sono mancati però segni celesti. Alcuni sostengono che sopra Palazzo Madama abbia sostato la cometa Neowise: tornerà tra 6683 anni, ma non dimenticherà mai questi momenti fatati del Napoleone pugliese. Non aveva ancora pronunciato una sola parola, ma è bastato l’affacciarsi in aula di quel profilo che alcuni già definiscono marmoreo, che sono esplosi battimani e ovazioni per Giuseppe Conte. Il quale esibisce il suo trofeo, oro puro, 209 miliardi, una pacchia, e intorno a lui i giallo-rossi applaudono come se questi “millemila miliardi” (copyright Salvini) fossero stati il dovuto esproprio del tesoro di Ali Babà. Nessuno ha il minimo sospetto che Alì Babà Merkel (con alle spalle i 40 ladroni alla Rutte) abbia in tal modo consacrato la sovranità tedesca sull’Europa e dunque sull’Italia. Glielo faranno notare Daniela Santanché e Matteo Salvini, per impedire un’ubriacatura funesta di sogni, per non trasformare quella che doveva essere una comunicazione in un trampolino ulteriore verso una dittatura inamovibile. Dopo il Covid, i giallorossi si sono inventati il nuovo salvagente chiamato Recovery Fund, venduto al mercato della contraffazione come passaporto per il Bengodi.

«MIO DOVERE»Il discorso del premier è iniziato, come insegnano i manuali dei paraculi, con la parola dovere. Ha detto, calmando a fatica le ovazioni: «Ho ritenuto mio dovere essere qui oggi davanti a voi per riferire sugli esiti di un Consiglio europeo che ha assunto decisioni di portata storica». Non c’era nessun dovere. Ma soltanto un’esigenza di palcoscenico e cotillon per la propaganda. Nel seguito della sua elegiaca auto-incoronazione trasformerà un prestito gigantesco, destinato a essere sganciato a singhiozzo tra un anno, forse a babbo morto e miseria diffusa, in una cuccagna. Si noti una formula, tesa a sottrarre dalla critica contingente l’accordo Ue: «portata storica». E chi l’ha portato a casa la portata storica? Lui, il portatore indomabile del vello d’oro. Indi Conte si è affacciato ad un certo balcone di Piazza Venezia. Il linguaggio è quello. «Quello che nelle comunicazioni rese qui al Parlamento lo scorso 15 luglio consideravo un auspicio oggi è certezza. L’intesa raggiunta rappresenta senza dubbio un passaggio fondamentale, che ci spinge ad affermare, senza enfasi, che l’Europa è stata all’altezza della sua storia, della sua missione e del suo destino».
Storia, missione, destino. Dopo di che ha ringraziato, anche le opposizioni, per far credere che fossero unanimi nell’elogio. Ha nominato uno ad uno i ministri del clan, come Wanda Osiris che cerca fiori anche per gli attori giovani. Ma certo che meritano un grazie le opposizioni. Essere “patrioti”, come ha detto la Santanché, comporta la difesa del proprio Paese, difendendo dai cazzotti stranieri persino il capo vanaglorioso e saccente di un governo disastroso. Non ha disturbato la cavalcata del Valchirio, lasciando Conte alla sua esibizione da generale Diaz a Vittorio Veneto. A nome di Fratelli d’Italia ha sparso ironia sui «92 minuti di applausi come nei film di Fantozzi». E ha cominciato a porre il problema dei problemi. E cioè la sventura che ci tocca salvo prossime elezioni. Infatti, la futura e problematica montagna di denari finirà in mano a un governo di incompetenti scialacquatori e a una maggioranza parlamentare cui non corrisponde il sentire degli italiani. Stesso concetto, espresso assai più morbidamente, da Guido Della Frera (Forza Italia) il quale ha invocato quel che Conte non ha mai nominato, cioè il Mes, che i soldi li rovescerebbe subito nelle nostre Casse…

Ed ecco Matteo Salvini. Nonostante gli sforzi della Casellati (eccellente conduzione dell’aula), è stato interrotto settanta volte sette. Ha fatto proposte concrete, su come investire quel prestito perché non gravi troppo sulle spalle dei nostri figli. Gli sbraitavano contro la vecchia e la giovane guardia dell’eroe dei due pifferi? «Se volete dire che Giuseppe Conte è migliore di Papa Francesco, ditelo voi, ma se noi abbiamo qualcosa da criticare potremo farlo in quest’ Aula, visto che la cassa integrazione ancora non l’avete pagata e i soldi in banca ancora non li avete dati? Possiamo farlo, sottovoce? Scuola, taglio delle tasse, taglio della burocrazia, giustizia, digitalizzazione dei tribunali, processo veloce e possibilmente separazione delle carriere per evitare nuovi casi Palamara». Se li spendete così, l’opposizione voterà a favore.
RISCHIO LAVOROMa fate presto. «I soldi che arriveranno domani potrebbero non servire a niente perché rischiamo di perdere un milione di posti di lavoro nei prossimi mesi. In bocca al lupo a lei, ma soprattutto in bocca al lupo all’Italia perché di promesse in questi mesi ne abbiamo sentite anche troppe». Bravo Salvini. Non si è lasciato intimidire dal clima creato per gabbare il mondo. Andrea Marcucci, il capogruppo del Pd, aveva avuto un momento prima la faccia tosta di introdurre una innovazione nella noiosa consuetudine del Senato. Basta dibattiti, votazioni, interrogazioni. No, adesso festa! Testuale: «Con un po’ di leggerezza, la vorrei definire una giornata di festa per il nostro Paese». Subito passare dall’idea alla sostanza. Che ne dite, compagni: sostituiamo il vetusto 4 novembre con lo storico e felice 22 luglio? La Corona al Milite Ignoto con l’ukulele per Conte? Attento Conte. Pier Ferdinando Casini da vecchio democristiano, prima di elogiare anch’ egli sperticatamente il premier, lo ha avvertito. Giuseppe si era appena seduto con il volto radioso, l’aria era ancora attraversata da strisce di luce. Si captava che la folla dei parlamentari, come quella sfamata da Gesù con i pani e i pesci, voleva indubbiamente farlo re, cosa che con pacata umiltà avrebbe senz’ altro fatto finta di non accogliere. Ed ecco Casini: «Vorrei rompere l’incantesimo di questo momento di giubilo (poi dirò qualcosa sui momenti di giubilo)». Qualcosa sui momenti di giubilo la scriviamo noi. In Italia questo tipo di accoglienze (capitò già a Giulio Cesare e più di recente a Mussolini) è la premessa del linciaggio. Auguri.

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