Toh che caso, mistero fitto sul “malloppo” della Lega: la prova, ai magistrati interessa solo far fuori Salvini

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Francesco Specchia 17 settembre 2020

Sta diventando una fascinosa pochade giudiziaria, questa dei “fondi segreti della Lega”. La progressione è romanzesca, e contiamo che ci mozzi il fiato almeno fino alle elezioni regionali. Prima arrivano i tre commercialisti padani che hanno perso l’anima dietro la perizia gonfiata del costo di un capannone. Poi si scopre che non è la perizia ad essere gonfiata, ma tutto il resto. In seguito, ecco la pista dell’immancabile finanziaria panamense. E si scopre che è una pista sbagliata. Dopodiché, compare tal Ghilardi, ex direttore della filiale Ubi che confesserebbe di aver coperto per amicizia «un tesoretto occulto» padano partendo – non si come né perché – dalla vendita di un Rolex usato.

E ancora, Il Fatto Quotidiano sfodera la storia di «18 milioni sospetti pagati a un notaio», ma la storia subito si spegne. Mentre rispunta la figura di Serhiy Tihipko, fantomatico imprenditore ucraino, il quale avrebbe incassato «un bonifico di 19 milioni», che non si capisce bene che c’azzecchi ai fini della trama, ma è senz’altro avvincente. In tutto ciò, dei tre fiscalisti leghisti ai domiciliari, due si presentano all’audizione con i magistrati. Ci racconta il loro avvocato Piermaria Corso: «Una volta conosciuta l’accusa e i reati contestati, i miei clienti hanno ritenuto di non dover esercitare la facoltà di non rispondere perché ritengono di poter spiegare il loro non-ruolo, il loro ruolo di non rilevanza penale nella vicenda. Confidiamo nel giudice». Auguri.
Che poi i “reati contestati” sarebbero la “turbata libertà del procedimento di scelta del contraente” e il “peculato”; questo ultimo in via di stralcio, data la perizia – rivelata dal Giornale – che smonterebbe appunto le accuse sul costo gonfiato del capannone di Corsico (di euro ne varrebbe 820mila). Che poi – pure fossero colpevoli i tre amigos – non mi torna perché quando nelle truffe ci finisce il Pd di Zinga, il partito è parte lesa; ma se la truffa tocca la Lega come minimo, per il partito, scatta il favoreggiamento. Ah, dimenticavo. Al suo esordio in edicola, il quotidiano Domani dell’ottimo Stefano Feltri punta su un’inchiesta inedita: “Dalla Lega soldi ai deputati”, dove si ventila il vezzo all’antiriciclaggio del Carroccio. Se fosse vero e parlassimo di etica potremmo discuterne. Ma giudiziariamente siamo ancora alle ipotesi delle ipotesi.
Ed è questo il punto. Fioccano sempre le accuse, mancano le sentenze definitive. L’insieme delle inchieste pre-elettorali, tutto questo caldo scirocco giudiziario spira, naturalmente, verso un’unica meta: il sentiero di luce di folta parte della magistratura, ossia la ricerca dei favolosi 49 milioni di contributi elettorali scomparsi del Carroccio. Il nesso causale non è di facile intuizione. Ma ci hanno spiegato che il “sistema del capannone” – qualunque esso sia – di oggi potrebbe essere lo stesso utilizzato ieri per il passaggio dei suddetti fondi pubblici spariti nelle pieghe di “strutture societarie complesse”. Il bottino dei 49 sacchi, insomma, starebbe nel capannone. Ora, sarebbe banale evocare il placido giudizio di Attilio Fontana (pure lui coi suoi guai) su tutta la vicenda: «Leggere di indagini fondate sul nulla, sulle gole profonde, mi lascia abbastanza indifferente. Quando avrò letto gli atti farò delle valutazioni, ma non ora sulle chiacchiere».
Roba che qualsiasi garantista di medio cabotaggio sottoscriverebbe ad occhi chiusi, dopo un frustratissimo anno fatto di indagini matte e disperatissime e di continui esami del sangue padano. No. I 49 milioni della Lega sono oramai un Moloch inviolabile. I 49 milioni fanno rima con i 40 ladroni. Sono entrati nell’immaginario dell’antipolitica, rappresentano la calata dei lanzichenecchi sulle pubbliche tasche, il paradigma della cattiva coscienza dei partiti, il simbolo stesso dello stupro etico degli eletti agli elettori. Eppure, quei denari, oggi, dovrebbero essere spogliati della loro feroce narrazione. Questo nonostante l’indubbia responsabilità e l’uso personale di parte di parte di esso dalla corte di Bossi; e il vero guaio, per preservare il ricordo del Fondatore, fu proprio per la Lega il non volersi costituire parte civile, come fece, per esempio, la Margherita per il caso Lusi.
Quei 49 milioni – che nel frattempo, sono diventati 19, considerate l’inflazione, il tasso di interesse e la rateizzazione in 75 anni – sono un tesoro sotterrato chissà dove. Senza obbligo di vincoli grazie ad una legge sciagurata ma sfruttata da tutti i partiti, rappresentano l’eterna ed irrisolta ricerca della felicità giudiziaria. Forse spesi per la riforma strutturale del partito (molto forse), forse per le eterne spese elettorali, forse per laurea albanese del Trota: quei 49 milioni rimangono l’argomento perfetto per chiosare ogni pensiero, opera o omissione della Lega d’oggi. Sarebbe il caso, nel tentativo perlomeno di cambiare una dialettica oramai in noia agli elettori, che chi accusa la Lega di aver sottratto il sacro Graal del finanziamento pubblico, be’ perlomeno ci dica dov’è sepolto il malloppo…

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