Torino la giustizia distratta salva dal carcere il papa orco

Torino: la giustizia distratta salva dal carcere il papà orco

La Republica News
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Il fascicolo sulle violenze che si erano consumate tra le mura di casa è rimasto per otto anni fermo in secondo grado, chiuso dentro un armadio, sotterrato da tanti altri processi, non tutti altrettanto gravi. Un processo che ieri si è concluso con una condanna pesante a nove anni e due mesi per un padre ormai ottantenne accusato di aver violentato nel 2006 la figlia quarantenne assieme a un paio di amici nelle campagne di Moncalieri. Ma è una condanna a metà visto che il processo si è trascinato così tanto da essere statosgretolato pezzo dopo pezzo dalla prescrizione, che ha cancellato molte delle accuse pendenti. L’imputato, difeso dall’avvocato Mauro Sgotto, non ha ancora fatto un giorno di galera e mai lo farà. Perché da una parte l’età avanzata gli permette di godere di misure alternative, dall’altra perché l’eventuale ricorso in cassazione potrebbe cancellare l’intera condanna, se non venisse celebrato in tempi brevi.
Dentro i faldoni di quel processo a lungo dimenticato c’erano gli atti di violenze indicibili e di abusi sessuali commessi dal padre nei confronti della figlia fin dalla tenera età. Solo una volta adulta e madre la donna, assistita dall’avvocato Alessandro Dimauro, ha trovato il coraggio di denunciare quelle violenze. E lo ha fatto quando il padre ha abusato della figlia e di un’altra nipote. Per le violenze nei confronti delle due bambine, il nonno ha chiuso il processo con un patteggiamento. Invece per gli abusi e i maltrattamenti sulla figlia il processo è partito in primo grado con una condanna a undici anni e mezzo. Ma poi si è arenato per otto lunghi anni, dal 2010 al 2018. Si tratta di quello che altre volte si era palesato come il “periodo buio” della corte d’appello di Torino, che non riusciva a celebrare tutti i procedimenti che arrivavano dalle varie procure del distretto e si trasformava in un imbuto in cui non sempre filtravano per primi i processi più importanti e per i reati più odiosi. Si era visto nel 2017, quando la prescrizione aveva fatto svanire un processo vecchio di vent’anni, rendendo vana la condanna di un uomo che aveva violentato una ragazzina, la figlia della sua convivente, che non ha mai avuto giustizia.


Anche in questo ultimo caso quando la corte d’appello ha fissato l’udienza, gran parte delle accuse erano già prescritte. Ma la procura generale ha iniziato una corsa contro il tempo che in tre anni ha permesso al sostituto pg Giancarlo Avenati Bassi di sostenere l’accusa in tre processi: all’appello infatti è seguito il ricorso in cassazione che ha rinviato il processo alla corte d’appello. La vicenda, infatti, è stata complicata dal fatto che ci fosse un testo scritto in cui l’uomo confessava le sue responsabilità, ma il documento poneva dubbi sulla sua autenticità. Inoltre c’erano delle contraddizioni nella testimonianza della donna che secondo la cassazione non pregiudicavano la condanna del padre, ma che andavano meglio motivate. In particolare la donna ricordava la data e le circostanze esatte di quando il padre l’aveva portata in auto nelle campagne di Moncalieri e lì l’aveva fatta violentare da due uomini, già avanti con gli anni, coperti da un passamontagna. La donna era comunque riuscita a dare un nome a uno dei due, un conoscente del padre: l’uomo era finito a processo e poi assolto perché per quel giorno aveva un alibi. Ma secondo i magistrati questo non fa cadere il castello di accuse contro il genitore, che è stato condannato



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