Trentanni di Assalti Frontali tra hip hop e impegno Ce ancora chi cerca di cambiare il mondo

Trent’anni di Assalti Frontali, tra hip hop e impegno: “C’è ancora chi cerca di cambiare il mondo”

La Republica News
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Sono passati trent’anni da quando l’Onda Rossa Posse pubblicò Batti il tuo tempo gettando i semi di quello che di lì a poco sarebbe diventato il progetto hip hop degli Assalti Frontali. Trent’anni di storia e di storie, raccontate magnificamente da una raccolta intitolata semplicemente 1990-2020, con in copertina una minacciosissima pantera nera e all’interno 24 brani, selezionati dagli otto album del gruppo, con gli ultimi singoli pubblicati per la prima volta in un supporto fisico e due inediti, uno dei quali Porta per volare, accompagnato da un video firmato dai Manetti Bros.Trent’anni in cui gli Assalti Frontali sono sempre stati in prima linea, sono rimasti fedeli ai loro ideali, ai loro sogni, alla loro voglia di fare musica e al loro desiderio di cambiare il mondo, pensando in grande, sognando in grande. Una storia che viene raccontata nel doppio CD attraverso 16 brani del grande repertorio del gruppo, “che permettono di guardare indietro per vedere le origini, l’evoluzione, il cambiamento”, e otto brani mai pubblicati su disco, “per guardare verso il futuro”, sottolinea Militant A, al secolo Luca Mascini, mente, anima e corpo, assieme a Pol G, della band. “È un modo per vedere chi eravamo e chi siamo, quello che abbiamo ancora nel cuore, per ritrovare cose conosciute oppure scoprire che ci sono ancora persone che sognano di cambiare il mondo”. La storia degli Assalti Frontali è la storia dell’hip hop italiano, è una storia di centri sociali e rime, di lotte nei quartieri e dancehall, di musica e poesia, di amore e rabbia, una storia ormai leggendaria perché senza di loro non ci sarebbe stata molta della musica venuta dopo. Una storia che ha visto anche molte cose cambiare, alcune in peggio, ma altre anche in meglio: “Sì, penso sia vero”, dice Militant A, “c’è voluta pazienza, coraggio e amore, ma posso dire di avere avuto la fortuna di vedere delle cose cambiate in meglio e avere visto che la musica poteva aiutare il cambiamento. Questo mi ha dato sempre una grande carica. Ma anche il fatto che sono sempre stato nel basso, in mezzo alla strada, nel movimento, non mi sono mai montato la testa, ho preso energia da persone che si muovevano e ho restituito energia con la musica, con il rap”.”Non chiamateli eroi o santi”: il rap degli Assalti Frontali per gli infermieri che si sporcano le mani

Una bella soddisfazione…“Di più, una cosa commovente. Stanno arrivando in questi giorni messaggi incredibili da tantissima gente che è stata ‘cambiata’ dalla nostra musica. Ho sempre voluto cogliere la luce nei momenti difficili e esaltarla, ho sempre cercato di far cambiare la percezione di se stessi alle persone che si sentono ai margini, sconfitti, che pensano di vivere in un quartiere di merda, per fargli capire che la ‘nostra’ casa è bella, che il nostro tempo può essere importante e che dobbiamo viverlo al massimo delle nostre possibilità. Certo mi interrogo, non sono né cieco né illuso, conosco le difficoltà e le bruttezze del mondo, ma ho avuto davanti a me sempre esempi positivi, persone più grandi di me che erano in gamba e non mollavano, che mi hanno dato consigli e insegnato forza, tenacia e generosità. Ho cercato di essere anche io così. Magari gli Assalti Frontali non hanno avuto abbastanza riconoscimento nel mainstream, ma abbiamo ricevuto tanto di quell’amore che ne abbiamo abbastanza per due vite. E lo abbiamo ancora: il nuovo album è andato esaurito nei preordini, il sostegno della gente è ancora grande”.Merito della vostra miscela di rap e impegno? Siete stati “sociali” più che “social” in questi trent’anni.“Sì, i nostri rapporti con il pubblico sono stati fondamentali, la condivisione è stata parte integrante della nostra storia, ed è ancora così”.Trent’anni fa fare rap non era molto popolare.“Sì, ma abbiamo avuto l’intuizione di farlo in italiano e questo ha cambiato tutto. Mi sembra incredibile che dopo trent’anni il rap sia ancora così vivo. Perché è comunicazione, ritmo, poesia, il sogno di un’arte di strada che nasceva per esprimere la propria unicità, la propria autenticità, cercando il contatto con gli altri, per entrare nel cuore delle altre persone in una maniera moderna ma anche senza tempo. Nel video di Porta per volare ci sono le immagini di questa lunga storia, e quando penso a quello che è rimasto, come noi, vedo il rinnovamento, ma anche la strada fatta, che è tanta”.

Oggi ai vostri concerti vengono generazioni diverse, infatti.“Uniamo generazioni diverse, vengono i padri con i figli, che condividono quel bisogno di unicità e contatto, quell’opporsi alla violenza con la poesia e con il ritmo, che il rap mette in scena. Io mi ero innamorato del rap da pischello, sono stato fortunato, nasceva allora e me lo hanno fatto conoscere, sono andato Stati Uniti a Londra in Giamaica, l’ho vissuto con i miei occhi e le mie orecchie. L’hip hop ce l’avevo dentro, creare comunità, botta e risposta, coro e interazione, mettersi in discussione, parlare e decidere insieme. Ed è ancora così, la dimensione sociale me la sono portata dentro”.Mai pensato di lasciar perdere?“Ci sono stati momenti difficili, legati alla salute, per andare avanti trent’anni ci vuole anche una dote di resistenza fisica. Ho avuto un momento duro, mi ha colpito l’acufene, sono stato cinque mesi senza musica, non uscivo di casa, pensavo di non farcela. Poi, consigliato da persone brave, ho continuato, e ho avuto la fortuna di incontrare Simonetta Salacone, la direttrice scolastica della scuola “Iqbal Masih”, a Centocelle, uno straordinario laboratorio di inclusione, che mi ha fatto capire che potevo cambiare linguaggio, rivolgermi ai bambini, parlare con loro, e mi ha aperto un nuovo orizzonte, mi ha ricaricato e sono ripartito di nuovo”.Difficile scegliere i brani della raccolta?“In parte sì, avrei messo delle b-side, delle tracce meno note ma che amo molto, ma c’era bisogno di raccontare una storia quindi ci sono due canzoni per ognuno degli album che abbiamo fatto, e tanta roba è rimasta fuori. Ho fatto delle scelte, è un viaggio nel tempo”.

Nel video c’è anche Pol G che viene arrestato dalla polizia. Un po’ di ironia su un problema serio…“Sì, è stato arrestato con una grossa quantità di erba, ma era solo erba. Non è certo il capo dei Narcos come è stato dipinto da qualche giornale, mettendo anche in crisi l’immagine e la storia della band. Certo, ci ha creato difficoltà, noi lavoriamo con le scuole e abbiamo una storia di lotta contro la droga, ma le persone capiscono che magari Pol G si fa le canne dalla mattina alla sera, è una persona fragile, economicamente, socialmente, psicologicamente, ha fatto una cosa che non doveva fare. A noi oggi ci interessa proteggerlo, pure lui ha subìto un trauma e ha bisogno della nostra solidarietà. Si è preso le sue responsabilità, è stato condannato a due anni di galera con la condizionale, i controlli, le firme, pagherà. Abbiamo detto sempre cose precise sul tema delle droghe, le ha dette pure lui, pensiamo che la marijuana vada legalizzata. Dopodiché abbiamo provato a scherzarci su nel video con i fratelli Manetti”.Ora, però, con il lockdown niente concerti.“Il periodo è molto difficile per tutti, siamo fermi da marzo, andare avanti è una sfida quotidiana. Tutto il settore è colpito durissimamente, e per ora non sappiamo come ne usciremo. Anche far un disco è un atto di coraggio, non potendo fare concerti, ma non possiamo stare fermi e continueremo a inventarci nuove cose”.


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