Trent’anni fa nacque la Rete: l’eresia di Leoluca Orlando contro i vecchi partiti

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C’erano Cossiga al Quirinale e Andreotti a Palazzo Chigi, il giorno in cui Leoluca Orlando volò a Roma per troncare il suo rapporto con la Dc e registrare da un notaio l’atto costitutivo della Rete. Era il 21 marzo del 1991, il primo giorno di primavera scelto dal “ribelle” per rievocare la stagione delle giunte anomale di Palermo. Alle spalle, il giovane professore che aveva scompaginato gli equilibri di potere nel capoluogo siciliano, aveva l’ultimo sgarbo subito a Palazzo Sturzo pochi mesi prima, quando i leader democristiani — che conoscevano l’arte della più sottile cattiveria — non gli concessero neppure di annunciare il suo addio in Consiglio nazionale, semplicemente posticipando il suo intervento oltre ogni ora decente e costringendolo così a un commiato senza saluto.

Ma davanti, quel 21 marzo, Orlando aveva la parte più bella della sua storia, e un pezzo della storia politica della Sicilia e del Paese. Perché la Rete, pur con tutti i limiti legati soprattutto alla personalità del suo leader, fu una straordinaria esperienza anticipatrice: fu la prima vera organizzazione post-ideologica italiana, che riuscì a racchiudere culture politiche differenti in nome di un programma che contemplava legalità, pace, ambiente: i 5Stelle e Italia dei valori avrebbero percorso molti anni dopo quella strada.

Già al debutto — in una conferenza stampa con Nando Dalla Chiesa, Carmine Mancuso, Alfredo Galasso e Diego Novelli — Orlando diceva no alla presenza di militari italiani nella guerra del Golfo e promuoveva una riforma della politica che stava per essere squassata da Tangentopoli. Nel giugno successivo la Rete chiudeva le liste per le Regionali con la metà dei nominativi concessi, per dar forza a una battaglia — fatta vent’anni prima dei grillini — che doveva condurre al taglio dei seggi. C’era una trasversalità che ai più sembrava una bestemmia, in quel comitato promotore con trenta personalità pescate nel cattolicesimo democratico, nella sinistra, nella società civile. L’unico a restare fuori da quell’organismo fu Mario Capanna, l’ex leader di Democrazia proletaria, malgrado il voto favorevole di Franco Piro e Gaspare Nuccio.

Leoluca Orlando con Alfredo Galasso  La Rete anticipò in fondo l’idea di partito personale, ma anche quella di un partito-non partito, con durata dichiaratamente temporanea, una struttura leggera e la figura di un garante individuato in Novelli. Era l’altra faccia della Lega, portava avanti non idee secessioniste ma il progetto di una rivolta etica. E le Regionali del giugno ’91, che videro capilista volti dell’antimafia quali Claudio Fava a Catania, Giuseppe Livatino ad Agrigento e Carmine Mancuso a Palermo, furono il primo successo: 211mila voti, centomila presi da Orlando solo a Palermo, il 7,3 per cento e cinque seggi all’Ars. Di lì una formidabile crescita, passando per la prima assemblea di Firenze con 505 delegati in rappresentanza di 15mila iscritti, e per le Politiche del 1992: la Rete riuscì a eleggere 12 deputati e tre senatori di diversa espressione geografica, fra i quali Paolo Prodi, fratello di Romano. “Roba che Calenda, che si annaca tanto, oggi se la sogna”, scherza Piro.

Nel ’93 il boom ma anche il primo grande snodo per il movimento, che riesce a portare tre propri esponenti ai ballottaggi in grandi città coinvolte delle amministrative (Novelli a Torino, Dalla Chiesa a Milano e Fava a Catania) ma li perde tutti. Un esito diverso avrebbe cambiato in profondità il corso delle cose.

Leoluca Orlando con Diego Novelli e Alfredo Galasso  Il 1993 è anche l’anno del trionfale ritorno di Orlando a Palazzo delle Aquile con il 75 per cento dei consensi. La Seconda Repubblica che Orlando aveva precorso porta un discreto risultato alle prime Politiche celebrate con il Mattarellum (sei deputati e sei senatori), ma la Rete comincia ad accusare l’avanzata del centrodestra trainato da Berlusconi: uno dei candidati simbolo, Antonino Caponnetto (allora presidente del Consiglio comunale), viene sconfitto nel collegio di Palermo centro da Guido Lo Porto. Due giorni dopo le elezioni, Orlando, senza avvertire nessuno, annuncia al fianco di padre Ennio Pintacuda lo scioglimento della Rete per favorire un progetto di centrosinistra più ampio.

Nel movimento scoppia la protesta contro una delle tante accelerazioni di Leoluca. Al successivo congresso di Fiuggi, dove il sindaco riesce per poco a farsi rieleggere coordinatore, si decide che si va avanti, ma al nome della Rete viene affiancata la dicitura: “Per il partito democratico”. Orlando nel Pd non entrerà mai, ma quella è la prima volta che un soggetto politico utilizza la sigla del partito che Prodi e Veltroni faranno nascere nel 2007. Ma il ’94 è anche l’anno delle prime crepe: se ne vanno Dalla Chiesa, Fava, più tardi Carmine Mancuso che finisce addirittura in Forza Italia. Nel 1996 la nuova tornata per le Politiche vede la Rete, che interrompe il progetto di una federazione coi Verdi, confluire nelle liste dell’Ulivo: vengono eletti cinque deputati e un senatore.

Nando Dalla Chiesa, Leoluca Orlando e, dietro, Letizia Battaglia  Il resto dell’avventura vede un movimento più ripiegato su una dimensione regionale e intimamente legato alla figura del suo fondatore, che agisce in autonomia e ha pessimi rapporti con la forza principale della sinistra, ovvero il Pds-Ds. Quando Piro viene eletto coordinatore nazionale, nel 1998, deve volare a Botteghe Oscure per convincere Pietro Folena a superare ogni resistenza e presenziare al congresso del Saracen, a Capaci, dove peraltro si discute dello storico sbarco di un ex comunista (Angelo Capodicasa) a Palazzo d’Orleans. Un’altra rivolta interna scoppia con la nascita del governo D’Alema, contro il metodo della nomina del sottosegretario Alessandro Garilli, decisa ancora una volta in autonomia da Orlando.

Ma il cammino, a quel punto, è già segnato: il 27 febbraio 1999 il Professore fa confluire la Rete nell’Asinello di Prodi, assieme a Centocittà di Bianco e Rutelli e ad altri movimenti. È il traguardo di un viaggio breve ma intenso: gli «eredi del compromesso storico» (per usare un’espressione dello stesso sindaco di Palermo) si sono trasformati in pesci pilota, contribuendo a una stagione di svolta della democrazia italiana.

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