Tumore al seno, una nuova terapia aumenta la sopravvivenza

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ANCHE le vecchie strategie possono portare a nuovi risultati. Per esempio, quando si parla del tumore al seno più comune, quello che cresce stimolato dagli ormoni femminili (circa il 70% dei casi), le tattiche più valide sono sempre le stesse: bloccare, a monte, la sintesi degli estrogeni, oppure rompere, a valle, i “ganci” presenti sulle cellule tumorali che li captano: quelli che i biologi chiamano recettori per gli estrogeni. E se il tumore trova nuove scappatoie attraverso mutazioni che modificano questi “ganci”, allora bisogna cercare nuovi farmaci in grado di riconoscerli e colpirli.

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Un farmaco orale promettente

Questa è una delle direzioni a cui sta guardando la ricerca. Ed ecco perché secondo Carlos Arteaga, co-direttore del San Antonio Breast Cancer Symposium e a capo del Simmons Comprehensive Cancer Center di Dallas, uno degli studi più interessanti presentati al congresso riguarda un nuovo farmaco della “vecchia” classe dei Serd. L’acronimo sta per Selective estrogen receptor degrader, ossia farmaci che danneggiano i recettori per gli estrogeni presenti sulle cellule tumorali. L’unico Serd ad oggi approvato è il fulvestrant (che richiede iniezioni intramuscolari ogni mese), ma sono tanti gli studi in corso su nuove possibili molecole di questo tipo anche orali. E una, elacestrant, sembra particolarmente promettente, soprattutto per chi presenta la mutazione del gene ESR1 (ossia nel gene per il recettore 1 per gli estrogeni), che si verifica fino al 40% delle pazienti con tumore avanzato.

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I dati presentati a San Antonio arrivano dallo studio Emerald – a cui hanno collaborato anche il Policlinico Gemelli di Roma e l’Ospedale San Gerardo di Monza – che ha confrontato l’efficacia di elacestrant con le terapie endocrine standard (fulvestrant o un inibitore dell’aromatasi). Lo studio è stato condotto in donne con un tumore al seno metastatico in cui la malattia è progredita dopo almeno un trattamento (sia con un’altra terapia endocrina, sia con un inibitore delle cicline CDK 4/6, come palbociclib, ribociclib e abemaciclib). Ed ecco i dati, che potrebbero cambiare la pratica clinica nel prossimo futuro: il nuovo farmaco orale, somministrato da solo (in monoterapia) ha ridotto il rischio di progressione o morte del 30% in generale, e del 45% in chi presentava la mutazione ESR1, rispetto alle cure standard, aumentando in modo significativo il tempo senza progressione di malattia. Questo vuol dire, tra l’altro, che la mutazione ESR1 è un importante marcatore per personalizzare le cure, seguendo in tempo reale l’evoluzione del tumore.

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L’analisi del genoma come parte del percorso di cura

L’obiettivo è sempre lo stesso: bypassare le resistenze e offrire una chance in più per aumentare la sopravvivenza. E il punto è capire quali siano le sequenze e le combinazioni migliori di farmaci, caso per caso. Come? Indubbiamente attraverso il sequenziamento dei geni, alla ricerca delle mutazioni significative. Ma serve una mappa per non perdersi un questa specie di città in continuo cambiamento. “Il sequenziamento multigenico è sempre più utilizzato, ma il suo impatto nella clinica e il contesto migliore in cui utilizzarlo non sono ancora chiari”, ha detto infatti Fabrice André, direttore della ricerca presso il Gustave Roussy Cancer Campus di Villejuif, in Francia. Lo studio presentato da André al congresso mirava proprio a capire se il sequenziamento multigenico potesse davvero aumentare la sopravvivenza delle pazienti con tumore al seno metastatico di tipo “ormonale”. La risposta è sì: l’analisi genomica dovrebbe essere parte del percorso di cura delle pazienti, ma a patto di avere un sistema validato scientificamente per interpretare il significato delle mutazioni identificate.

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Identikit del tumore, cellula per cellula

L’ultimo studio di cui parliamo in questa newsletter è in buona parte italiano, condotto in numerosi centri e guidato dall’IRCCS  Ospedale San Raffaele di Milano e dalla Fondazione Michelangelo. Si parla, questa volta, di tumore al seno triplo negativo, ma la questione da risolvere è simile alla precedente: dal momento che la risposta all’immunoterapia varia molto, come identificare chi avrà i maggiori benefici? Per rispondere, i ricercatori hanno utilizzato una tecnica di imaging molto sofisticata, che permette di analizzare il campione del tumore e del microambiente che lo circonda, cellula per cellula.

Una battaglia complessa

In pratica, è possibile fare l’identikit di ogni singola cellula e conoscerne la posizione, e ciò ha permesso di identificare alcune caratteristiche che predicono la maggiore efficacia dell’immunoterapia. “La battaglia tra cellule tumorali e sistema immunitario è molto complessa”, spiega Giampaolo Bianchini, responsabile dell’Oncologia della Mammella dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e ricercatore della Fondazione Airc: “La capacità del tumore di inibire l’azione dei linfociti (le cellule del sistema immunitario, ndr.) e, per contro, la nostra capacità di riattivare tale azione attraverso i farmaci cambiano moltissimo da caso a caso, in base non solo alle molecole che il tumore esprime ma anche al modo in cui la massa tumorale si è formata, ovvero alla geometria del tumore”.

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Questa tecnologia di imaging – che ha costi elevati e ancora non può essere utilizzata nella pratica clinica quotidiana – permette, per la prima volta, di costruire una mappa accurata del tumore e del microambiente, e queste informazioni ci dicono come il tumore evolverà e come risponderà alle terapie. “Informazioni molto complesse – dice Bianchini – che stiamo imparando a leggere solo adesso. I dati che abbiamo ottenuto – spiega – contribuiscono a mostrare che una medicina di precisione, in grado di predire l’efficacia di una terapia prima che sia  somministrata, è possibile. Ma resta ancora tanto lavoro da fare per arrivare ad applicare queste scoperte”.

Il microambiente del tumore

Quello di Bianchini non è il solo studio che indaga nuovi modi di guardare il cancro al seno. Carlos Caldas, a capo del Cancer Research UK Cambridge Institute, ha messo a punto un sistema “multi-omico” che va nella stessa direzione: integrando dati su Dna e Rna e grazie all’intelligenza artificiale, cerca di definire sempre meglio i sottotipi di carcinoma mammario e il microambiente tumorale per prevedere la risposta alle cure prima di somministrarle. La sua ricerca, pubblicata in contemporanea su Nature, è stata premiata con il Susan G. Komen Brinker Award. “Questo studio è stato avviato nove anni fa ed è stato possibile solo grazie alla perseveranza e all’impegno dei gruppi di studiosi e clinici e ai generosi finanziamenti a sostegno della ricerca”, ha detto Caldas: “La capacità di prevedere la risposta al trattamento sulla base della caratterizzazione dell’ecosistema tumorale trasformerà la pratica dell’oncologia”.

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