Ucraina, nel mirino dei russi un’altra centrale atomica. “Così cadrà Odessa”

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VOZNESENSK – Nelle steppe e al margine delle campagne migliaia di ucraini oggi abbattono gli amati alberi ereditati dai nonni. Le motoseghe spingono gli schianti verso le strade, gli anziani inzuppano i rami spogli di gasolio. “Se i russi vogliono avanzare – dice Mykhaylo – dovranno arrostire sul fuoco”. Le piante non cadono sole. Poco fuori Voznesensk gli abitanti ieri hanno sacrificato anche il ponte stradale Bulgarskiy, sul fiume Bug. Le truppe di Putin all’improvviso sono entrate nella cittadina cosacca fondata dalla Grande Caterina. Non c’era più scelta. Per frenare l’avanzata verso Yuzhnoukrainsk, o verso Odessa, la resistenza del Sud incendia e fa esplodere la propria terra. Gli invasori, risaliti dalla Crimea e venuti dal Donbass, hanno deviato 90 chilometri da Mykolajiv. Anche qui, dopo il loro ingresso e nel pieno della battaglia, l’esercito regolare di Kiev ha minato tutti i ponti che collegano la penisola alla costa. Piuttosto di spianare la strada verso il porto più importante della nazione, Mykolajiv è pronta ad amputare i propri arti e condannarsi in una trappola. 

Trenta chilometri a Nord-Ovest, sorge la centrale atomica di Pivdennoukrainska, la seconda più grande del Paese. Dopo Chernobyl e Zaporizhzhia, i russi puntano qui al controllo dei quattro reattori nucleari accesi dall’Urss nel 1975. “Generiamo il 30% dell’energia nazionale – dice Andrji, tecnico ora barricato nell’impianto – ma quasi il totale dell’elettricità che illumina la costa sul Mar Nero”. Tagliare la distribuzione significa condannare al buio e isolare dalle telecomunicazioni anche Odessa. Una catastrofe. Niente però se misurato con il rischio di un incidente atomico nel corso di uno scontro armato per il controllo della centrale. “I nemici gridano che rivogliono gli impianti nucleari sovietici – dice Tymofiy, capo reparto dentro Pivdennoukrainka – resistere accanto ai reattori pone scelte drammatiche”.

L’esplosione del ponte a Voznesensk e l’opposizione delle milizie di protezione territoriale, hanno rallentato la marcia russa su Yuzhnoukrainsk. Gli oltre 40 mila abitanti però sono nel panico. Percepiscono il nemico alle porte. Vivono nell’incubo di un incidente e di una fuga radioattiva. Da ieri mattina migliaia di donne e di bambini scappano in auto e sui pulmini della società che gestisce la centrale. “Ho tirato i due figli giù dal letto – dice Marina – e vado in Europa. Non abbiamo soldi, né cibo. Qui lascio mio marito. Non si può vivere in una città atomica che tra poche ore può essere ridotta a un campo di battaglia”. 

Nell’Oblast di Mykolajiv, la centrale sul fiume Bug è a tre ore di viaggio da Odessa. Da ieri ce ne vogliono il doppio. La strada è occupata dagli abitanti in fuga e da una colonna militare ucraina inviata per opporsi alla perdita di una delle infrastrutture ucraine più cruciali. Tra loro, decine di posti di blocco, trincee, massi di cemento, tratti minati, cavi elettrici sospesi sull’asfalto e voragini scavate per fermare i tank russi. Le autorità di Odessa temono che gli aggressori vogliano rinviare la caduta di Mykolajiv, ormai sotto controllo, per puntare direttamente via terra sulla città-cuore del Mar Nero. La flotta russa è segnalata poche miglia a Sud del porto. Nelle ultime ore ha finito di sminare le onde e di smantellare le sottomarine barriere antisbarco. “Si profila un simultaneo attacco a tenaglia – dice il sindaco di Odessa, Ghennadiy Trukhanov – dalla terra e dal mare. Siamo preparati a difenderci per anni”.

Tutta la popolazione è mobilitata. Nei rifugi le donne cuciono reti con foglie di plastica per mimetizzare le trincee alzate dai figli. Sulle spiagge gli studenti riempiono di sabbia i sacchi bianchi da impilare davanti ad ogni edificio. “State lontani dalla costa – intima alla gente il comando della Marina – i russi arrivano e ci sono le mine”. I pensionati verniciano la bandiera della patria all’angolo di ogni strada. Cancellati i concerti dei Ricchi e Poveri e di Albano. Erano eventi fissati da mesi: tra martedì e mercoledì avrebbero dovuto accarezzare anche la nostalgia dei turisti russi eleganti come gangster, in arrivo invece come nemici vestiti da soldati.

“Da Odessa in una settimana è fuggito – dice Oleksandr, capo della difesa territoriale – un abitante su dieci. Tutti gli altri sono pronti a combattere”. Spariti dai negozi candele, fiammiferi, torce, batterie, nastro adesivo e sacchi neri delle immondizie per oscurare i vetri. Al mattino due missili hanno centrato la base militare ucraina nel villaggio di Velikodolinske, prima periferia. I russi hanno distrutto la centrale radar di Odessa. Poche ore dopo la resistenza ha fatto esplodere il ponte stradale tra Ucraina e Transnistria. Sono giorni che cambiano le persone per sempre. Non sono parte della grande e immortale malinconia slava. Tradiscono il dolore già parte di una storia. 

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