Umberto Orsini allo specchio Sul palco incontro me stesso trentenne

Umberto Orsini allo specchio: “Sul palco incontro me stesso trentenne”

La Republica News
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Un nuovo evento arricchisce una staffetta tra video e teatro che nella vita di Umberto Orsini ha accompagnato il suo rapporto con Dostoevskij. Una cinquantina d’anni fa, nel 1969, nello sceneggiato-colossal in sette puntate che Sandro Bolchi ricava da I fratelli Karamazov il suo Ivan spopola, ed è visto da 15 milioni di telespettatori. Sei anni fa Orsini affronta in palcoscenico un momento cruciale e mitico del romanzo, nello spettacolo La leggenda del Grande Inquisitore con regia di Pietro Babina, e fa dal vivo un richiamo a immagini di sé giovane di quell’impresa televisiva: un po’ L’ultimo nastro di Krapp di Beckett. Ora, sabato 12 dicembre, Rai 5 mette in onda nel proprio palinsesto la registrazione (regia video di Gloria Galassini) di quell’allestimento teatrale. Recuperabile dal giorno successivo su RaiPlay.
Orsini, il suo Ivan dostoevskijano è nato come mito della tv, è riapparso nel 2014 con lei in veste matura a teatro, e adesso torna a mostrarsi ai telespettatori in un documento di lei attore dal vivo…   
“Sembra un sequel, ma non è un album tutto uguale. Mutano le interpretazioni, le percezioni, e credo anche le testimonianze. Lo sceneggiato di Bolchi fu una delle cose più viste in televisione, con pezzi ancora su YouTube. Nella reinvenzione mia e di Babina a teatro c’era, in uno specchio, il confronto tra il me e la materializzazione del me Orsini/Ivan trentenne biondo albino nello sceneggiato. Il lavoro, che anni fa ha rappresentato l’avvio della mia compagnia, era anche basato su una drammaturgia di luci e buio magari non in sintonia col linguaggio del video, un meccanismo dove le telecamere hanno forse fotografato l’incontro di un fantasma con un altro fantasma. Chissà che effetto farà”.
E che senso mostra al giorno d’oggi, la materia de La leggenda del Grande Inquisitore?
“Senza l’iconografia di tutto il romanzo, questo lavoro riproposto da Rai 5 era una sintesi del rapporto tra Ivan e un diavolo figlio impersonato da Leonardo Capuano, con invenzione di climi e teorie che culminavano in 18 minuti di Ted Conference, contenitore in cui una persona può dire una cosa che vale la pena d’essere detta. Il mio Ivan accusa Dio/Gesù d’essere venuto a disturbare la missione della Chiesa, volendo rendere libera l’umanità che non sa usare la libertà: descrizione avvilente di quelli che s’affidano alle lusinghe di miracolo, mistero e autorità. Temi oggi estendibili a malattia e speranza”.

Umberto Orsini (Ivan) e Carlo Simoni (Aleksej) nello sceneggiato tv del 1969 I fratelli Karamazov 
Lei che opinione ha della nuova relazione che può stabilirsi tra impraticabile attività teatrale e sostitutiva proposta artistica televisiva?
“Anche se ho qualche perplessità, capisco che dobbiamo far vedere che ci siamo. Il fatto è che francamente, senza peccare di falsa modestia, alcuni volti noti di noi artisti conserverebbero la stima del pubblico anche non apparendo per un anno, mentre il vero problema irrisolto è quello dei tecnici, dei datori luce, degli scenografi, dei costumisti, e degli attori giovani senza rimborsi, la cui unica risorsa sarebbe il funzionamento in sicurezza di un teatro che dovrebbe tornare a essere teatro. Poi, lo so, il contingentamento dei posti non ripagherebbe i rischi produttivi. Io ho rinunciato alla prospettiva di fare, sulla carta, nel 2021, con un terzo degli incassi, Temporale di Strindberg al Piccolo di Milano, affidandomi a un’altra idea”.
Che idea?
“Ho pensato, insieme a Massimo Popolizio che ne sarà regista, di proporre al Piccolo il mio monologo di un attore che in camerino si prepara ad andare in scena ma non può, un testo probabilmente intitolato Prima del temporale, con l’impossibilità di recitare. Senza immalinconirmi, senza raccontare soltanto di me, ma quasi ricorrendo a una gara tecnica di citazioni d’una ventina di spettacoli. Evitando di autocelebrarmi, citando qua e là, questo sì, la mia autobiografia con sessant’anni a passa di lavoro”. 
Si chiamerà Umberto Orsini, il protagonista di questo suo a solo?
“No. Sarà la storia di un uomo, di un attore. Sopravvissuto per caso a tanti eccezionali artisti come Visconti o Valli. Se dovessi rievocare un tutto-Orsini dovrei cominciare dall’Eliseo dove nel 1957 ero in Diario di Anna Frank con Anna Maria Guarnieri, e interrompermi per ora con l’Eliseo dove il 3 marzo, prima del Covid, ho portato per una sera Il costruttore Solness di Strindberg diretto da Alessandro Serra. In una Roma dove i teatri, vedi il Valle, sono ormai chiusi anche a prescindere dalla pandemia. Dove la storia dell’ex cinema Palazzo appartiene a una desertificazione culturale in cui il virus non c’entra”.
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