Un anno dopo la caduta del governo Draghi le pagine della sua agenda sopravvissute ai populisti

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Un anno fa cadeva Mario Draghi, al Senato, dopo un’ultima inutile giornata di telefonate, vertici, finte trattative: presenti al voto di fiducia 192, votanti 133, favorevoli 95, contrari 38. La metà dei senatori e delle senatrici non aveva nemmeno partecipato all’atto finale. “Vi offro un nuovo patto politico”, aveva detto Draghi in aula in mattinata. Silenzio imbarazzato nell’emiciclo. Non c’erano più patti possibili in una maggioranza sovraestesa, come il maschile di presidente caro a Giorgia Meloni, dal M5S alla Lega, avvitata da settimane su totem veri e inventati, talvolta grotteschi, un dibattito che frullava termovalorizzatori, cunei fiscali, migranti, bonus e superbonus all’italiana.

Un delitto politico quasi perfetto, sull’arma c’erano troppe impronte perché qualcuno rischiasse una condanna politica, figurarsi elettorale. Quelle di Giuseppe Conte, l’innesco della crisi, convinto di potersi sfilare dall’abbraccio elettorale con il Pd, rimettere in cascina bei voti populisti e, non ultimo, rendere a Draghi il favore dell’anno precedente; quelle di Matteo Salvini, che pensava di riprendersi il centrodestra intortando Forza Italia; quelle di Silvio Berlusconi, solo Dio sa persuaso di guadagnarci cosa. Mentre Draghi provava invano a farsi passare al telefono Berlusconi, ci riuscirà solo dopo più tentativi, Enrico Letta e Roberto Speranza si chiudevano in una stanza con Conte per provare a tirarlo dentro di nuovo. Come no, ciaone Mario.

Tante impronte, dunque, tranne quelle di lei, Meloni, l’unica all’opposizione di Draghi tolto il buon Fratoianni, seduta ad assistere allo spettacolo su un palchetto d’onore, come Sergio Mattarella all’Ariston di Sanremo, ferma come un semaforo prodiano, come chi sa già il finale: a Palazzo Chigi ce l’hanno portata in spalla i congiurati. “La storia ci ha dato ragione”, disse la futura premier la sera del patatrac, scambiando gli incroci della storia con quelli della tangenziale, così facili agli incidenti che pronosticarli e azzeccarli è un tipico vanto da bar.

L’unità nazionale che Draghi ha provato con fatica a realizzare nel suo anno e mezzo di governo era un nominalismo, una finzione necessaria ma inutile vista la composizione della brigata. La vera unità nazionale si è compiuta invece nel rito del sacrificio del presidente del Consiglio, unendo le spinte populiste dell’una e dell’altra parte. Via Draghi il banchiere, il supertecnico, l’apostolo, l’iniziato, il Bilderberg, l’elitista, il “migliore”. Subito urne, la parola al popolo, il modo migliore per simulare d’aver messo sotto scacco i poteri forti e aver ripristinato una democrazia compiuta. Un alibi formidabile e un richiamo irresistibile per la nostra sinistra a vocazione peronista e per la nostra destra a vocazione bombacciana, da Nicola Bombacci il comunista che si unì a Benito Mussolini a Salò, convinto che il Duce stesse finalmente per realizzare la rivoluzione proletaria, e finì appeso con lui a piazzale Loreto.

Una farsa proseguita dopo il 25 settembre e la scontata vittoria della destra, quando è cominciato il più smaccato dei giochi di equilibrismo, proclamare la svolta epocale e insieme aggrapparsi ai dossier draghiani, cancellare SuperMario e però saccheggiarne le misure, già nella legge finanziaria, ricalcata su quella predisposta dal governo precedente, con lo sconto benzina, il credito di imposta e quel bonus sociale da cento e rotti euro che Meloni, da “capatrena” dell’opposizione, appena poche settimane prima aveva definito “una mancetta”, per concludere con uno dei suoi acuti oratori: “Tenetevela!”. Poi la telenovela sul Pnrr, con il povero Raffaele Fitto, vecchio democristiano messo da Meloni all’attuazione, a barcamenarsi tra i ritardi cronici dei ministeri meloniani e dei tecnici, le velleità di riscrivere parti del Piano e soprattutto la tentazione del governo in carica di scaricare tutte le colpe su quello precedente.

Cassate in finanziaria tutte le promesse da campagna elettorale, flat tax, e meno male, taglio delle accise sui carburanti, su cui Meloni aveva realizzato un video di propaganda girato al distributore, e accantonato pure il più rilevante dei contributi autarchici della maggioranza sovranista alla legge di bilancio: il bonus matrimonio di 20 mila euro per chi si sposa in Chiesa, proposto dalla Lega.

Svuotati gli ultimi cassetti di Draghi, al governo non è rimasto che andare avanti con le proprie idee. Un guaio. Il solito impasto di slanci retorici, giri a vuoto e vittimismo quanto basta. È soprattutto in Europa che lo scarto con il dopo Draghi si è fatto più evidente, nonostante mesi di dichiarazioni in batteria dei ministri (“L’Italia ha ritrovato la sua autorevolezza”), fino al punto più basso, almeno per ora, quando la presidente del Consiglio è uscita scornata dal Consiglio europeo sulla redistribuzione dei migranti a causa dei veti dei suoi amici più cari, la Polonia e l’Ungheria, e ha trovato anche il modo di elogiarli per aver posto il veto su una soluzione utile all’Italia:”Sono Paesi che sanno difendere bene i loro interessi nazionali”. Bene, 8 in sovranismo a Varsavia e Budapest, gli italiani avranno di che essere soddisfatti.

Meloni ha tenuto una linea chiara e coerente solo sull’Ucraina, merito non scontato con la combriccola filorussa che si ritrova in Parlamento nella sua maggioranza, anche se è difficile figurarsela come Draghi, su un treno diretto a Kiev insieme a Macron e Scholz.

Del resto, in Italia, il Paese in cui l’establishment ha coniato per la politica l’etichetta della casta, i presunti poteri forti sono spesso i più fragili. Draghi lo avevano già affossato come presidente della Repubblica, carica cui aveva puntato in modo esplicito e forse maldestro in alcuni passaggi. Ma al Quirinale l’ex governatore della Bce non doveva andare per altre ragioni. Avrebbe intralciato i piani di troppi e guastato la narrazione rivoluzionaria della destra revanscista: ora si cambia tutto! È finita la pacchia! Potere al popolo! In fondo, l’Italia è l’unico Paese dove non c’è una grande differenza se a esclamarlo è Luigi De Magistris o Giorgia Meloni.

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