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Un anno dopo la morte di George Floyd, l’America su interroga sul razzismo: le conquiste di Black Lives Matter e la polizia che non cambia

La Republica News
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L’Hennepin County Government Center di Minneapolis, nel tardo pomeriggio di domenica ha iniziato ad affollarsi. Nella città simbolo del Minnesota, una donna, Bridgett Floyd e un avvocato, Ben Crump, hanno dato il via all’Inaugural Remembrance, tre giorni di manifestazioni, veglie, dibattiti e musica per ricordare George Floyd, l’afro-americano che un anno fa venne ucciso dal poliziotto bianco Derek Chauvin. 

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Era lunedì 25 maggio 2020, Memorial Day, il giorno che commemora gli americani caduti in tutte le guerre. Alla Casa Bianca c’era Donald Trump, che si faceva riprendere sui campi di golf, lanciando tweet velenosi (e spesso falsi) mentre i morti americani per il coronavirus stavano diventando 100mila. Sulla prima pagina del New York Times un lungo articolo ricordava i soldati afro-americani (“combattono al fronte, ma raramente raggiungono i vertici militari). Le prime notizie internazionali erano la repressione cinese ad Hong Kong e il processo contro Netanyahu.  Alle otto della sera la polizia era stata chiamata ad indagare su un uomo che, secondo una segnalazione, aveva pagato con una banconota falsa da 20 dollari alla cassa del Cup Foods, negozio al 3579 di Chicago Avenue. Due agenti di polizia alle prime armi, J. Alexander Kueng e Thomas Lane, avevano identificato un sospetto, seduto in un auto parcheggiata dall’altra parte della strada e lo avevano arrestato. Floyd era stato ammanettato, erano sopraggiunti due agenti più esperti, Tuo Thao e Derek Chauvin, ma mentre lo spingevano a forza dentro l’auto l’uomo era caduto sul marciapiede e gli agenti lo avevano costretto a pancia in giù.

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Da quel momento in poi, grazie a un video girato da una adolescente di passaggio, Darnella Frazier, l’America e il mondo intero hanno potuto osservare quello che è stato un vero e proprio assassinio in diretta: l’agente Chauvin col ginocchio sul collo dell’uomo, quest’ultimo che implora “non respiro” e poi non si muove più. Si chiamava George Floyd, aveva 46 anni e nei mesi seguenti sarebbe diventato il simbolo del più grande movimento di protesta degli Stati Uniti nell’ultimo mezzo secolo.

“Pensavamo davvero che la morte di mio fratello sarebbe stato l’ultimo caso di brutalità della polizia, ma come tutti possiamo vedere, lo stanno facendo ancora e ancora e ancora”. Bridgett Floyd è la sorella minore di George e da un anno ha dedicato la sua vita a tenere viva la memoria del fratello. Ha paragonato gli afro-americani ai cervi che la polizia caccia nei boschi: “Siamo esseri umani. Sanguiniamo nello stesso modo in cui sanguinano loro. Non c’è motivo per cui questo debba ancora accadere e non si faccia nulla al riguardo”. 

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E’ passato un anno e l’America si interroga ancora, divisa, su cosa è oggi la giustizia razziale nella più grande superpotenza del pianeta, dove i neri (e i latinos) continuano ad essere uccisi dai poliziotti in numero sproporzionato rispetto ai bianchi e troppo spesso muoiono da innocenti. Per un anno politici e legislatori – a livello nazionale e locale – hanno discusso come riformare la polizia e se le forze dell’ordine devono cambiare il modo in cui fanno il loro lavoro. Nelle scuole, insegnanti e studenti hanno affrontato discussioni sulla razza e l’eguaglianza, sui media tradizionali e sui social network infuriano polemiche e accuse reciproche. 

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Il 20 aprile una giuria della contea di Hennepin ha dichiarato Chauvin colpevole e in uno dei verdetti più importanti nella storia del Minnesota lo ha condannato per tutti i capi d’accusa, tra cui omicidio involontario di secondo grado, omicidio di terzo grado e omicidio colposo di secondo grado. Al Congresso giace il ‘George Floyd Justice in Policing Act’, un disegno di legge sui diritti civili e sulla riforma della polizia elaborato dai democratici e approvato dalla Camera il 24 febbraio 2021. Non è ancora stata votata dal Senato. 

Il presidente Joe Biden ricorderà il primo anniversario della morte di George martedì 25, incontrando i membri della famiglia Floyd alla Casa Bianca ed ha fissato l’anniversario come scadenza per il passaggio della legge, ma è improbabile che ciò accada. Nell’America che sta ripartendo dopo un anno e mezzo di pandemia (590mila morti) la questione razziale resta all’ordine del giorno, le grandi manifestazioni (e violenze) dello scorso anno sono oggi un ricordo e due lasciti. 

Black Lives Matter 

 

Con le imponenti manifestazioni della primavera-estate 2020, gli attivisti Black Lives Matter sono diventati una vera e propria forza politica. Che ha contribuito alla vittoria elettorale di Joe Biden nel novembre scorso (ed anche all’aumento dei consensi afro-americani per Donald Trump), spostando a sinistra il quadro di riferimento del partito democratico. Per la prima volta, almeno dai tempi delle grandi marce per i diritti civili degli anni Sessanta, i militanti neri sono stati alla testa di un movimento che ha coinvolto anche molti bianchi, soprattutto i più giovani. Spesso divisi tra loro (su temi come la violenza, il sessismo, l’istruzione) sono riusciti però a trasformare un movimento nato per la giustizia razziale in uno che affronta anche gli altri grandi temi di oggi: il cambiamento climatico, l’assistenza sanitaria, i tagli alle tasse. 

Un impegno a largo raggio ancora più visibile in questi giorni, quando Black Lives Matter ha mobilitato la piazza su un conflitto internazionale come quello tra Israele e Hamas. Prendendo posizione apertamente dalla parte di quella che per gli Stati Uniti è una “organizzazione terroristica” ed arrivando a paragonare “la liberazione dei palestinesi” con la lotta degli afro-americani negli Usa. Un nuovo terreno politico usato per fare pressione, condizionare e trasformare il tradizionale approccio del partito democratico sul conflitto in Medio Oriente. 

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Tagli economici alla polizia

 

In assenza di un sostegno da parte della Casa Bianca di Biden e della maggioranza dei leader nazionali democratici, il movimento “Defund the Police” si è mobilitato a livello locale, ottenendo tagli economici senza precedenti ai diversi dipartimenti di polizia nelle metropoli. 20 grandi città degli Stati Uniti hanno già ridotto, in forme diverse, i finanziamenti alla polizia per un totale di circa 840 milioni di dollari (dati forniti dall’organizzazione Interrupting Criminalization). 25 città hanno annullato i contratti con i poliziotti che prestano servizio nelle scuole.
 Tagli che in alcuni casi si stanno rivelando però controproducenti: per l’aumento della criminalità; perché molti, demoralizzati, hanno scelto di abbandonare la divisa in anticipo; perché è più difficile l’addestramento delle reclute, compreso l’uso di mezzi alternativi e meno violenti della forza. A Minneapolis, dove George Floyd è stato ucciso, il consiglio comunale ha tagliato 8 milioni di dollari, reinvestendone  solo 2 in programmi di prevenzione e nessun aiuto alle comunità più povere. Ferme anche le riforme da cui era partito “Defund the Police”, il cui obiettivo originario era quello di spostare i finanziamenti ai servizi sociali essenziali, come l’istruzione e la salute mentale. Secondo un recente sondaggio (Axios-Ipsos) il 70 per cento degli americani (compresa una leggera maggioranza di neri) è contrario a “Defund the Police”, ma il 57 per cento chiede investimenti per servizi sociali e comunità.

Caso emblematico quello di Seattle, la città della West Coast all’avanguardia sui diritti civili e tra le più impegnate nelle manifestazioni dello scorso anno. Con un taglio del 20 per cento dei fondi per la polizia ha chiuso il 2020 con il più alto tasso di omicidi da diversi decenni e con le proteste che hanno convolto anche l’African American Community Advisory Council, l’organizzazione che fa da collegamento tra la comunità e il dipartimento di polizia di Seattle: “I tagli al bilancio sono stati fatti con una totale mancanza di cura”. In controtendenza New York City, dove – nonostante i tagli – aumentano i candidati delle minoranze che vogliono entrare nella polizia. Al prossimo esame di ammissione al NYPD si sono iscritti oltre il 40 per cento di neri, asiatici e latinos.



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