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Una birra e un amaretto per assaporare, camminando, l’Alta via dei monti liguri

La Republica News
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Ventimiglia – Ceparana: passando dall’A10 e dall’A12 sono 260 chilometri di asfalto. Poco più di 3 ore di tragitto, suggerisce Google Maps. Ma Ventimiglia e Ceparana sono anche l’alfa e l’omega di quell’incredibile ricamo di sentieri e mulattiere chiamato Alta via dei monti liguri. Forse il modo migliore per capire l’essenza di questa regione e le asperità dei suoi abitanti. Il mare? Quasi sempre a portata di sguardo, qualche abisso più sotto. Le montagne, invece, prima Alpi, poi Appennini, sono compagne del viaggio con i loro profili singolari.

Da lembo a lembo, i chilometri sono 440, suddivisi idealmente in 44 tappe tra boschi e praterie erbose, paesaggi aspri che si fanno più dolci, tracce di lupi e caprioli, voli di aquile e succiacapre. Per non perdersi, basta seguire la bandierina bianco/rossa con la scritta “AV” al centro, segnavia del tracciato, oppure affidarsi a una buona guida, o consultare www.altaviainfoh24.com, il sito che Claudio Simonetti in modalità del tutto volontaristica ha concepito come una guida in perenne aggiornamento, con le tracce GPX e le strutture ricettive che si possono incontrare, corredato anche da un numero (tel. 3381629347) attivo tutti i giorni, 24 ore su 24, che fornisce informazioni utili agli escursionisti, anche in inglese e francese. Che sempre più spesso sono biker «e allora – spiega Simonetti – al tradizionale percorso a piedi ho affiancato la guida MTB da Ventimiglia a Sarzana: 565 km interamente pedalabili e adatti a qualsiasi preparazione tecnica, gambe permettendo, perché il dislivello complessivo è di oltre 16000 metri». Il fascino dell’Alta via dei monti liguri sta crescendo esponenzialmente, un trend evidente già prima della pandemia che ci ha fatto riscoprire il turismo di prossimità. Anche perché qui non manca nulla, compresa una concentrazione di ricette e prodotti gastronomici che cambiano di valle in valle, come la migliore cultura popolare dell’Italia vuole.

Ad ogni passo un sapore: l’Alta via dei monti liguri

Ecco le prelibatezze che si incontrano lungo le tappe del Parco del Beigua: dalla testa in cassetta al formaggio di capra

Le tappe scelte: 19 / 21, nel Parco del Beigua

Il Parco naturale regionale del Beigua è la più vasta area naturale protetta della Liguria. 40.000 gli ettari, 10 i comuni interessati, con 26 chilometri di crinali montuosi che, per il loro patrimonio geologico, hanno fatto inserire il Beigua nell’esclusiva lista dei Geoparchi globali (Unesco Global Geoparks). Al suo interno si snodano tre tappe dell’Alta via del monti liguri. Pane per chi ama camminare. Ma anche companatico per chi è in cerca di sapori autentici.

L’agribirrificio artigianale Altavia  Prendiamo Sassello: 1800 abitanti scarsi, tra Liguria e Piemonte, bandiera arancione del Touring Club (fu proprio un suo sindaco, Paolo Badano, ad ideare questo riconoscimento), classica meta da villeggiatura di un’Italia in bianco e nero. Se gli amaretti sono la cartolina (quelli di Giacobbe sono una sicurezza), bisogna conoscere un altro Giacobbe per assaggiare un’esemplare testa in cassetta – tradizionale salume ligure del recupero, per cui nemmeno le cartilagini del maiale devono andare sprecate -, proposta in tre versioni: classica, alle mele o agli agrumi. Si sposa benissimo con la Badani Anniversario che producono i ragazzi del Birrificio Altavia, il primo agribirrificio della Liguria, nato nel 2016, che ai campi di orzo ha aggiunto nel 2018 un luppoleto che oggi conta 400 piante. Dietro la loro tap room, in frazione di Badani, passa il sentiero di raccordo dell’Alta Via, e la loro Badani Anniversario è «una lager molto gustosa, che unisce a una facilità di beva un carattere rustico e complesso» racconta Giorgio Masio, il birraio.

Il mulino del Sassello  Alle porte del paese s’incontra invece il Mulino del Sassello, attivo dal 1830. Le acque del Rio Sbruggia, debitamente convogliate dalla chiusa, azionano la ruota che a sua volta è motore per l’antico sistema di ingranaggi, pulegge e cinghie di cuoio che muovono le grosse macine di pietra. Da oltre 100 anni lo gestisce la famiglia Assandri, che produce cinque tipi di farine, da grano, farro, segale e mais coltivati in proprio. Nei magazzini del mulino, mantenendone lo spirito architettonico, hanno aperto Beigua Docks «che vuole essere un terminale del Parco del Beigua, dove trovare i suoi prodotti gastronomici, pasta e salumi, birra e formaggi, fino al miele e agli amaretti» racconta Diego Assandri. Qui si può anche noleggiare una ebike per fare un’escursione nella Foresta della Deiva, attraversata da 30 km di piste ciclabili. «Arrivano tanti stranieri, olandesi e tedeschi soprattutto, ma anche famiglie, che scelgono il Sassello come paese di riferimento per poi muoversi nei dintorni».

Per dormire, c’è il Rifugio La Sciverna. “Camere, workshop, orti” recita il loro sito «e in effetti facciamo tutto questo: abbiamo 30 posti letto suddivisi in 3 strutture, e un’infinita carrellata di attività culturali che vanno dalla meditazione al teatro, dalla fotografia alla decorazione pittorica» spiega con incontenibile passione Alessandra Giacardi, tra i fondatori dell’associazione Cascina Granbego (il dio Bego è il dio ligure delle montagne e dei metalli, da cui prende nome il monte Beigua) che gestisce il rifugio e che organizza in paese, nell’ultimo weekend di luglio, il festival “La città dei bambini”, con una serie di laboratori a cielo aperto.

Il rifugio La Sciverna a Sassello  Da Sassello si arriva al Colle del Giovo, e poi, salendo immersi in una bella faggeta, fino ai 1287 metri del Monte Beigua. Se la giornata è tersa, basta non far caso agli orrendi ripetitori per scorgere nel mare la Corsica, mentre alle spalle lo sguardo si allunga fino ai monti della Valle d’Aosta. Da qui si scende fino a Prato Rotondo, dove Gloria e Francesco – arenzanese lei, bergamasco lui – guidano da due mesi l’omonimo rifugio che offre 22 posti letto, una cucina semplice schiettamente ligure e un spiazzo impareggiabile per riposarsi. Una deviazione ci fa scendere fino a Piampaludo, dove Paolo e Manuela di Cascina Giacobbe (evidentemente il cognome della zona) producono una formaggetta dal latte delle 70 capre allevate, di razza Saneen e Camosciata delle Alpi. Va mangiata freschissima, per apprezzarne la cremosità e la sua peculiare acidità lattica. Nel tragitto s’incontra la torbiera del Laione, una zona umida che nei periodi di siccità si presenta come un prato umido percorso da una miriade di rivoli d’acqua e che dopo abbondanti piogge si trasforma invece in un laghetto. Qui è facile incontrare, nelle giornate di pioggia, la salamandra, mentre il tritone alpestre c’è ma non si fa vedere.

La ventesima tappa dell’Alta via ci porta da Pratorotondo al Faiallo. «È uno dei tratti più belli, dai panorami spettacolari, con la vista del Monte Rama ad est e il Monte Sciguelo a ovest, e dà la possibilità di ammirare i fiumi di pietra (blockstream) e i campi di pietre (blockfield) che rappresentano un’autentica particolarità geologica» spiega Giulia Castello, geologa e guida del Parco del Beigua. I prati in questi giorni sono costellati dalla fioritura della dafne odorosa, la pianta stilizzata nel logo del Parco, mentre le viole di Bertoloni sono sfiorite da poco. Prima di arrivare al Faiallo, si incontra il rifugio Argentea, un piccolo riparo picco sul mare, mentre al Faiallo la sosta –  il cibo è genuino, le camere accoglienti – è da Una nuvola sul mare: il nome dice tutto.

La tappa 21, che scende fino al Passo del Turchino regalando ancora paesaggi mozzafiato, ci fa incontrare la struttura di Forte Geremia e il Sacrario dei Martiri del Turchino, costruito per ricordare i 59 partigiani uccisi in questa località dai nazifascisti il 19 maggio 1944. Dopo tanto camminare, un’ultima divagazione è d’obbligo per arrivare fino a Baccicin du Caru, dove a Gianni e Rosella Bruzzone, mentre vi offriranno il più buon piatto di gnocchi, basterà un sorriso per smentire la proverbiale scontrosità dei liguri.



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