
Da una settimana una diplomazia parallela fatta di spie e mediatori trasversali sta cercando di definire nell’ombra un perimetro in cui convogliare l’ira dei Guardiani della Rivoluzione, dirottando la rappresaglia di Teheran per l’attacco israeliano di Damasco verso un obiettivo di chiaro valore simbolico ma allo stesso tempo senza un’importanza tale da determinare un’escalation di raid e risposte. Questi canali segretissimi sembrano avere lavorato efficacemente nel 2020, all’indomani dell’uccisione del generale Soleimani, e più recentemente dopo la morte dei tre soldati americani sul confine giordano, ottenendo che la ritorsione reciproca fosse spettacolare ma non si trasformasse nell’inizio di una guerra.
Adesso però queste trattative sembrano sterili, incapaci di individuare una preda sufficiente a placare la vendetta dei comandanti iraniani: i capi dei pasdaran sono stufi di celebrare funerali di colleghi senza mai dare risposte adeguate e ora temono di perdere credibilità davanti alla galassia di formazioni terroristiche islamiche da loro animate. Anche il vertice degli ayatollah che fa riferimento al leader supremo Ali Khamenei, normalmente molto cauto nel pesare ogni iniziativa, per la prima volta avrebbe accolto queste tesi, spingendo per un’azione che non sia solo dimostrativa.
Tutti sanno quindi che l’Iran colpirà e il ritardo, forse dovuto soltanto al rispetto per il periodo sacro del Ramadan che si chiuderà mercoledì, viene interpretato come il segnale della meticolosa pianificazione di un’operazione massiccia. Tutti cercano di capire quali saranno bersagli e modalità della spedizione punitiva, senza però ottenere indicazioni attendibili per impostare la difesa.
Timori di vendetta iraniana: in Israele Gps manomessi e niente licenze ai soldati
I comandi delle Israeli Defence Forces non intendono ripetere le sottovalutazioni del 7 ottobre e si preparano ad affrontare il peggiore scenario possibile. Gli analisti lo configurano come «offensiva multipla e multidominio»: un assalto contemporaneo dal cielo e da terra, con tutti gli strumenti disponibili e su più fronti. In pratica, uno “tsunami” rovesciato sui confini settentrionali di Israele, in cui una serie di assalti saranno diversivi mentre uno-due punteranno a fare breccia nelle protezioni e ottenere il risultato strategico.
Il copione più temuto è quello che ricalca proprio lo schema del 7 ottobre. Sciami di droni, di razzi e di missili balistici che piovono in maniera sincronizzata sulle basi di Idf, cercando un varco nella triplice cupola dell’anti-aerea. Israele infatti ha una difesa organizzata in tre livelli. Le batterie di Iron Dome offrono la copertura ravvicinata contro i razzi. In quello intermedio i missili David’s Sling (Fionda di Davide) di produzione nazionale stanno rimpiazzando i Patriot statunitensi: si occupano di abbattere droni e cruise a distanze anche di 150 chilometri. Infine in alto ci sono gli Arrow: l’unico sistema concepito espressamente per intercettare i missili balistici a quote stratosferiche. Ognuna di queste armi è stata sperimentata in battaglia; l’intervento simultaneo invece sarebbe una novità assoluta.
La via per una pace stabile
Nel momento in cui l’incursione dal cielo assume la massima potenza, partirebbero i raid sul terreno per varcare la frontiera.
Sarebbero condotti solo da truppe scelte iraniane. Ovviamente, le formazioni dei pasdaran di Al-Quds possono farlo soltanto in due punti: nel Sud del Libano, dove contano sull’alleanza con Hezbollah, oppure nelle alture del Golan, alla loro portata grazie alla fratellanza d’armi con il regime di Damasco. Quest’ultima zona viene ritenuta la più probabile da molti analisti neutrali: così l’Iran risponderebbe dalla Siria a un attacco subìto nello stesso Paese e andrebbe a riproporre il problema dello status di questi territori, che israeliani e siriani si contengono da oltre sessant’anni.
Iran-Gaza, doppia escalation
Gli insediamenti ebraici nel Golan sono stati oggetto di sporadici lanci di razzi negli scorsi sei mesi e sono stati in gran parte evacuati. Ci sono però numerose basi dell’Idf che potrebbero ritrovarsi alle prese con una minaccia mai vista prima. Ma Israele è pronta a tutto. E questa volta non è un modo di dire. Sul fronte libanese gli scontri con Hezbollah crescono in continuazione e c’è una caccia mirata per decapitare i reparti d’élite del movimento sciita. Se la ritorsione scattasse su quel versante, sarebbe difficile evitare che si trasformasse in un vortice, trascinando tutto il Libano meridionale nel conflitto. Le capacità militari di Hezbollah sono ritenute tre volte superiori a quelle di Hamas e per questo Israele ha schierato le brigate migliori tutte sul fronte Nord: è lì che si deciderà il futuro della sicurezza del Paese.
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