Unicredit-Mps, trattativa saltata. Verso un piano in solitaria per Siena, poi la ricerca di un nuovo partner

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MILANO – Un piano in solitaria da definire in tempi stretti, dopo aver chiesto una proroga alla Ue per rimandare di almeno sei mesi la concordata privatizzazione. E un nuovo partner da trovare nel medio periodo. Le nozze tra Unicredit (segui il titolo in diretta) e Monte dei Paschi (segui il titolo in diretta) non si faranno: l’interruzione delle trattative era nell’aria ed è stata ufficializzata nel fine settimana, anche da parte del Tesoro che ha il 64% di Siena e per l’impegno comunitario deve tornare a privatizzare la banca entro fine anno. Ormai una mission impossible, i cui sviluppi sono “seguiti da vicino” dalla stessa Commissione, che “è in contatto – riferisce un portavoce – con le autorità italiane”. “L’Italia si è impegnata a vendere tutte le azioni della banca entro una certa scadenza. Il termine non è scaduto. Non possiamo commentare la scadenza, che è considerata informazione riservata. E’ responsabilità dei Paesi rispettare gli impegni sugli aiuti di Stato ed è loro compito proporre le modalità per adempiervi. Spetta” a Roma “decidere e proporre la modalità di uscita dalla proprietà Mps tenendo conto degli impegni in materia di aiuti di Stato del 2017”.

Alla riapertura degli scambi, i titoli di entrambi gli istituti soffrono: Mps in particolar modo, che passa anche per la sospensione. Durante la seduta, però, le quotazioni delle due banche migliorano: quella senese resta in negativo di circa 1,5 punti percentuali, mentre Gae Aulenti gira in lieve rialzo.

“Su Mps negoziati interrotti nonostante l’impegno delle due parti”

Sulle ragioni del ritiro dalla trattativa si è soffermato il ceo di Unicredit, Andrea Orcel, che ha scritto ai dipendenti: “Siamo arrivati alla conclusione che le condizioni da cui dipendeva l’accordo non possono essere soddisfatte. È per questo che, a partire da ieri – domenica 24 ottobre – interrompiamo ufficialmente il coinvolgimento di Unicredit in questa operazione”. “È nostro dovere – prosegue – identificare opportunità che siano in linea con la nostra strategia e che rappresentino la cosa giusta per Unicredit; allo stesso modo, è nostro dovere non coglierle in mancanza di determinati presupposti”. Il banchiere ribadisce: “Il nostro obiettivo primario non è quello di fare fusioni e acquisizioni: queste operazioni possono diventare degli acceleratori della nostra strategia, se ci sono i giusti presupposti. Ma la nostra priorità è, ed è sempre stata, costruire delle fondamenta solide per il nostro futuro, facendo emergere tutto il valore e il potenziale che abbiamo all’interno di UniCredit”.

Dal territorio la vicenda è inquadrata diversamente: “Abbiamo un Governo che ha impostato la trattativa in modo molto serio, ha cercato di tirare fuori delle proposte e quando si è reso conto che da parte di Unicredit, uso un termine banale e non tecnico, ci si voleva un pò approfittare, chiedendo troppo rispetto all’oggetto della trattativa, ha detto ‘bene sospendiamo’”, la ricostruzione del presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani. Per Antonio Misiani e Simona Bonafè (Pd) lo stop alle trattative “rende necessaria la ricerca da parte del Governo di soluzioni alternative di mercato per garantire al meglio il futuro del gruppo bancario di Siena”. “Auspichiamo – scrivono il responsabile economico e la segretaria regionale – che il Governo concordi con la Commissione Ue un rinvio della scadenza per la fuoriuscita dello Stato dal capitale sociale di Mps, mettendo in campo tutte le iniziative utili a perseguire il rafforzamento della banca e del sistema creditizio italiano nel suo complesso”.

L’operazione (o meglio la rottura dell’operazione) viene seguita dalle banche d’affari, i cui report si concentrano su valutare e i pro e i contro. Suggerendo l’idea che tra i due promessi sposi, a godere maggiormente di un ritrovato appeal speculativo possa esser una terza parte (Banco Bpm) che finora si è espressamente chiamato fuori dalla partita come non interessato. Anche Bper si accende in Piazza Affari per l’appeal speculativo.

In una nota dedicata alla vicenda, gli analisti di Citi scrivono che una parte degli investitori potrebbe aver incluso nelle valutazioni di Unicredit un qualche potenziale dall’operazione con il Monte dei Paschi, e questo potrebbe generare nel breve tempo una forma di disappunto. Ma la convinzione degli analisti della banca americana è che ci sia un forte potenziale di riallineamento del prezzo, basato sulla rifocalizzazione della strategia del gruppo sull’Italia, sul miglioramento atteso per quel che concerne la capacità di generare profitti. Idea in linea con quella espressa da Deutsche Bank, per la quale la notizia è sì inattesa, ma l’azione Unicredit aveva incorporato soltanto un terzo dei potenziali benefici dell’acquisizione e quindi l’assestamento non dovrebbe esser troppo forte.

Per quel che riguarda la prossime mosse, dalla banca d’affari americana credono che lo scenario più probabile sia l’estensione del termine (previsto a fine anno) concordato con l’Unione europea per cedere la quota pubblica del 64%, attraverso la definizione di una strategia standalone (ovvero che conti sulle sole forze del Monte) mentre si cercherà un nuovo partner nel medio periodo. Anche per Morgan Stanley, il fallimento dell’operazione con Unicredit “significa che l’Italia dovrà cercare una proroga” dalla Ue “per la vendita di Mps” e che l’istituto senese “adotti misure per affrontare i suoi problemi e cioè i rischi legali, il capitale e gli alti costi” andando “avanti con l’aumento di capitale da 2-2,5 miliardi di euro”. Per Morgan Stanley c’è la possibilità che sul mercato Unicredit paghi qualcosa perché si debba “scorporare dalle attuali valutazioni” di Unicredit “alcune delle sinergie da fusione già anticipate ma allo stesso tempo se l’operazione non va avanti con Mps, la prospettiva di una combinazione con Banco Bpm riemerge, offrendo simili, se non più grandi benefici”. Nel complesso gli analisti prevedono che l’esito delle trattative abbia un effetto “negativo” in Borsa per Mps, “leggermente negativo” per Unicredit e “positivo” per Banco Bpm.

In attesa che si compongano le tessere del puzzle, dunque, anche secondo Citi l’atteso consolidamento del sistema bancario italiano tornerà a far posare i riflettori su Banco Bpm, che ha smentito l’interesse per Siena o ipotesi di incontri al Mef man mano che la posta Unicredit si raffreddava, ma per Citi potrebbe tornare interessante come terzo aggregatore o potenziale target.

In vista di una ricapitalizzazione precauzionale del Monte, chi ne fa le spese sono soprattutto i sottoscrittori dei quattro bond subordinati emessi da Mps, per un controvalore complessivo di 1,75 miliardi di euro. I titoli cedono tra il 13% e il 19,4% sui timori di un burden sharing nel caso in cui il Monte, in mancanza di investitoti disponibili a sottoscrivere l’aumento con lo Stato, dovesse essere messo in sicurezza con una ricapitalizzazione precauzionale e non a condizioni di mercato. Il bond da 750 milioni con scadenza 2028 perde il 16,8% e tratta poco sopra il 60% del suo valore nominale, quello da 300 milioni con scadenza nel 2029 arretra del 13% a 84,5, quello da 400 milioni con scadenza 2030 sprofonda del 19,4% a 63,4 e quello da 300 milioni con scadenza 2030 del 18,9% a 66.

Sul dossier Mps è intervenuto anche il presidente di Confindustria: “È un tema che va affrontato – ha detto Carlo Bonomi – credo
che si possa affrontare pensando a un terzo polo bancario. Capisco le esigenze del Mef che deve risolvere la situazione Mps – ha aggiunto parlando a margine dell’assemblea dell’Unione Industriali di Torino – in questo mi auguro che ci sia una grande discussione a livello nazionale per un terzo polo, anche perché nell’affrontare il Pnrr gli investimenti privati saranno la parte più importante. Avere tre poli bancari molto importanti, secondo me, potrebbe essere utile anche al sistema delle imprese”.

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