Usa e Regno Unito bloccano il petrolio dalla Russia. Biden: “Non finanzieremo la guerra di Putin”

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NEW YORK – Gli Stati Uniti “non finanzieranno la guerra di Putin” e anzi colpiranno “la principale arteria dell’economia russa”. Con questi intenti Joe Biden, il presidente degli Stati Uniti, ha annunciato il bando americano all’import di petrolio e combustibili fossili da Mosca, una ulteriore stretta ai rapporti con il Cremlino dopo le sanzioni già decretate sia dagli Usa che dagli alleati occidentali che hanno aperto una “voragine” nel sistema economico e finanziario russo, dove il “rublo ormai vale un penny”.

Si tratta di una mossa unilaterale, seguita dalla Gran Bretagna e presa in coordinamento con gli alleati europei, che però non hanno adottato una simile misura ma lanciato un piano per rendersi indipendenti dal punto di vista energetico. La Camera dei Rappresentanti Usa voterà oggi stesso il disegno di legge che introduce il divieto di importazione negli Stati Uniti del petrolio russo e di altri prodotti energetici russi.

Una politica europea dell’energia per ridurre la dipendenza da Putin

Una decisione, anticipata nel corso della giornata, che ha generato ulteriori aumenti dei prezzi sui mercati e che minano anche gli equilibri interni del presidente, che ha riconosciuto in conferenza stampa come già i cittadini americani stiano pagando alla pompa di benzina l’aggressione russa all’Ucraina. “Difendere la libertà”, ha avvertito Biden, ha e avrà un costo per i consumatori americani: “Farò di tutto per minimizzare l’aumento dei prezzi qui da noi, ma l’aggressione russa sta già avendo un costo per tutti noi”. Il presidente ha poi chiesto alle compagnie petrolifere “di non alzare i prezzi della benzina eccessivamente”. Il prezzo alla pompa negli Usa ha infatti raggiunto un nuovo record di 4,17 dollari a gallone (circa quattro litri e mezzo), battendo il precedente picco del luglio 2008. Sfiora il record anche il costo del diesel, quattro 4,75 dollari contro 4,84 nel 2008. “La decisione di oggi non è senza un costo per noi. La guerra di Putin sta già danneggiando le famiglie americane ai benzinai”, ha spiegato l’inquilino della Casa Bianca che ha calcolato che “da quando Putin ha iniziato la sua azione militare, il prezzo della benzina in America è salito di 75 centesimi e questa azione – ha aggiunto riferendosi alla decisione di mettere l’embargo sulle forniture energetiche russe – lo farà salire ancora di più”. “Farò di tutto per minimizzare il prezzo degli aumenti di Putin qui da noi”, ha aggiunto Biden. Che ha ammonito le compagnie petrolifere: la guerra “non deve essere una scusa per esercitare aumenti dei prezzi eccessivi”.

La Russia vale l’8% dell’import americano di petrolio e derivati

La guerra diventa così sempre più condotta con altri mezzi. “Tiranni come Putin non saranno in grado di usare i combustibili fossili come armi contro altre nazioni“, ha spiegato Biden.

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Nel 2021, circa l’8% delle importazioni statunitensi di petrolio e prodotti raffinati è arrivato dalla Russia, pari 672mila barili al giorno, secondo i dati pubblicati del Wall Street Journal. Isolando il dato del greggio, si tratta di circa 200mila barili al giorno, pari al 3% delle importazioni complessive degli Usa.

Gli Stati Uniti hanno deciso di procedere senza aspettare l’adesione dell’Europa, la cui dipendenza dal petrolio russo è maggiore e arriva fino al 20%. Questo significa che per gli Stati Uniti la decisione impatta di meno rispetti ai paesi Ue, i quali – così come avviene per il gas – devono trovare alternative prima di chiudere i rapporti con le società energetiche russe.

Regno Unito, stop al petrolio russo entro fine anno

Non a caso, nonostante abbia aderito alla decisione americana, il governo di Boris Johnson ha annunciato che le importazione verranno ridotte gradualmente entro la fine dell’anno. La conferma è arrivata dal segretario agli Affari del Regno Unito, Kwasi Kwarteng: “Questa transizione – ha dichiarato – darà al mercato, alle imprese e alle catene di approvvigionamento un tempo più che sufficiente per sostituire le importazioni russe, che rappresentano l’8% della domanda”.

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Le aziende dovrebbero utilizzare quest’anno per garantire una transizione graduale in modo che i consumatori non siano interessati. Il governo lavorerà anche con le aziende attraverso una nuova task force sul petrolio per supportarle nell’utilizzare questo periodo per trovare forniture alternative”. Poi ha aggiunto: “Il Regno Unito – ha aggiunto – è un importante produttore di petrolio e di  prodotti petroliferi e detiene riserve significative. Oltre alla russia, la stragrande maggioranza delle nostre importazioni proviene da partner affidabili come stati uniti, paesi bassi e golfo. Lavoreremo con loro quest’anno per garantire ulteriori forniture”.

La Germania si appella all’Opec+

Immediata la reazione dei mercati all’annuncio del blocco delle importazioni di Usa e Uk. Il Wti, l’indice di riferimento del greggio americano è salito fino a crescere del 7% rispetto alle quoazioni del giorno precedente. Il ragionamento degli investitori è evidente: Usa e Uk dovranno sostituire le quote di greggio e aumenterà la domanda, almeno nel breve. Non a caso, la Germania – attraverso il ministro dell’Economia tedesco Robert Habeck – ha rinnovato l’appello ai paesi dell’Opec+ perché aumentino la produzione oltre il livello programmato dopo la fine del lockdown, pari a 400 mila barili al giorno.

Solo pochi giorni fa l’Opec+ ha deciso di ignorare per l’ennesima volta gli appelli rivolti al cartello dalle cancellerie di tutto il mondo. Ma gli analisti non sono molto ottimisti sul fatto che ciò avvenga. In parte, perché i produttori non hanno motivo per lavorare in favore di un calo dei prezzi e in parte perché il cartello – da qualche anno – è stato allargato alla Russia. E l’ultima cosa che vuole il Cremlino è favorire i paesi occidentali, in particolare europei, poveri di materia prima.

L’Agenzia internazionale rilascia le sue riserve

In attesa dell’Opec+, non ha invece perso tempo la Iea (l’Agenzia internazionale dell’energia): i paesi membri sono pronti a rilasciare ulteriori quantitativi di scorte di petrolio per far fronte all’impennata dei prezzi dell’energia . E’ quanto ha detto il direttore dell’agenzia, Fatih Birol, che ha anche criticato la decisione di Arabia Saudita ed Emirati Arabi di non pompare più greggio sul mercato per raffreddare i prezzi. In un’intervista al Financial Times, Birol ha spiegato che il rilascio coordinato della scorsa settimana da parte degli Usa e di altre grandi nazioni consumatrici di energia di 60 milioni di barili è stata una “risposta iniziale” e che l’Iea è pronta a fare “tutto” per ridurre la volatilità nei mercati energetici causata dall’invasione russa dell’Ucraina. “Siamo pronti a rilasciare tutto il petrolio necessario”, ha detto Birol osservando che 60 milioni di barili rappresentano solo il 4% delle riserve petrolifere strategiche totali dei membri dell’Aie.

Il Mise valuta limiti all’export di materie prime

La guerra delle materie prime non riguarda solo l’energia, ma interessa diversi settori produttivi. La Confindustria ha riunito d’emergenza il Consiglio direttivo perché arrivano sempre più informazioni di interruzioni alla produzione, e il Mise si sta attivando. Allo Sviluppo economico si sta verificando la possibilità di introdurre restrizioni come dazi e autorizzazioni all’export su alcune materie prime destinate alle esportazioni ma che servono alla nostra industria. Tra gli altri, si fa riferimento a materiali quali rottami di ferro, rame, argilla, nichel, prodotti per l’agricoltura. “Siamo al lavoro con ritmi molto serrati – dice il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti, in una nota – per avere al più presto un quadro preciso della situazione e formulare le risposte e proposte che servono alle nostre industrie in questo momento drammatico”.

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