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Vaccini, così l’esercito degli infelici fu sconfitto da uno zuccherino

La Republica News
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Fino a non molti anni fa gli infelici si aggiravano ancora per le vie del paese. Attraversavano la piazza nel loro modo storto e claudicante, ognuno diverso dall’altro, come diverse erano le deformità. Venivano per lo più dalla campagna e non rinunciavano al mercato del sabato. Si fermavano a guardare le bancarelle e a comprare qualcosa, nell’incrociarsi si scambiavano appena un cenno di saluto riconoscendosi a malincuore nella invalidità dell’altro.

Ricordo una donna, sempre con la borsetta nera a due manici, vestita con una sua modesta eleganza per l’unica uscita settimanale. Non usava il bastone, a ogni passo era costretta a inclinarsi di parecchi gradi con il busto e poi a rialzarsi, così procedeva verso il furgone della porchetta. Mi impressionava quel suo inchino continuo, a ogni passo, tutta la vita.

Nel dialetto dei nostri anziani infelice significa storpio. A seconda della sede della disabilità classificano: infelice a un braccio, a una gamba. E se una di quelle persone si comportava male, mio nonno sentenziava: non ti fidare di chi è segnato dal Padreterno.

A segnarli non è stato il Padreterno, ma il virus della poliomielite. Gli infelici sono stati bambini prima dell’introduzione del vaccino antipolio, alla fine degli anni ’50. Oppure abitavano dove le notizie delle campagne vaccinali non arrivavano, ma i contagi a volte sì.

Quella generazione scomparsa prima del tempo ha scontato l’arretratezza di certi luoghi di nascita in cui la malattia era considerata un destino, una sfortuna o anche il meritato castigo per colpe proprie o dei padri. I paralitici erano affidati non solo alle famiglie, ma anche alle nostre piccole comunità solidali e pietose, che se ne prendevano cura tacendo un fondo di segreta repulsione.

Sono nata e cresciuta negli anni ’60 e mi sembra di aver vissuto un secolo.  Abitavo lontano dal mare, dalle vie di comunicazione, dalla modernità. Ho visto scomparire un mondo. Lo stesso che D’Annunzio raccontava nelle Novelle della Pescara e nel Trionfo della Morte, che Francesco Paolo Michetti ritraeva in fotografia e in pittura tra ‘800 e ‘900: gli storpi in processione verso il Santuario della Madonna dei Miracoli a Casalbordino.

Frequentavo le elementari in una piccola scuola tinteggiata di rosa, che spiccava nel verde o nella neve, a seconda delle stagioni. Dalle finestre vedevamo la capigliatura rocciosa della Bella Addormentata e il bosco di faggi secolari. Appena arrivati accendevamo la stufa di terracotta e tossicchiavamo un po’ per il fumo. La maestra lo lasciava fare a noi, che eravamo abituati a maneggiare la legna e il fuoco.

La scuola era la sola presenza dello Stato nelle sue contrade più sperdute. Una mattina è venuto un medico a portarci degli zuccherini, ha detto. Prima di darceli ci ha spiegato a cosa servivano, contro una brutta malattia di cui ha scandito il nome: PO-LIO-MIE-LI-TE. Ci ha domandato se conoscevamo qualcuno con una gamba deforme. Nello spazio tra i banchi e la cattedra Bruno ha mimato l’andatura di un suo zio infelice, esagerando un po’. La maestra gli ha chiesto di restare lì, e a noi di metterci in fila dietro di lui. Il dottore ha bagnato una zolletta con un liquido rosa e gliel’ha messa in bocca, poi a tutti gli altri. Sembrava il prete che dava l’ostia consacrata, però senza dire: il Corpo di Cristo. Nessuno di noi voleva diventare come lo zio di Bruno e anche se lo zuccherino non sapeva di fragola, l’abbiamo lasciato sciogliere sulla lingua e deglutito. In quelle settimane milioni di bambini italiani ricevevano la loro dose di vaccino Sabin e noi, così lontani, eravamo parte della comunità di scolari diffusa su tutto lo Stivale che pendeva alla parete, un po’ scurito dal fumo della stufa. Esistevamo. Guardo con un misto di pena e tenerezza la fotografia delle pluriclassi di allora, scattata dietro la scuola: con i grembiuli della prima elementare diventati troppo corti sorridevamo all’obiettivo, magri e fiduciosi. Eravamo poveri ma sani.

Bruno persino elegante, con una giacchetta blu per l’occasione, ma si vede che non era sua. Lo zio di cui imitava il trascinamento della gamba è morto presto, l’infelice. La poliomielite e il vaiolo sono stati debellati su scala planetaria, in seguito alle campagne vaccinali di massa.

Il morbillo invece l’abbiamo preso quasi tutti. Ho rischiato la vita, mi ha raccontato poi mia madre. Sentivo la sua voce angosciata che diceva: “il termometro è pieno”. Non aveva il paracetamolo, né il telefono per chiamare il medico del paese. Mi copriva invece di raffreddarmi, le avevano insegnato così. Gli astronauti dell’Apollo 11 erano usciti dal televisore di Luisa – l’unica della contrada a possederne uno – e si muovevano intorno a me nelle tute spaziali bombate, con quei passi privi di gravità. Li avrei seguiti sulla Luna, ma per fortuna non hanno voluto. Se ne sono andati all’alba e io sono sfebbrata inzuppando di sudore anche il materasso. Mia zia ha detto che san Gabriele mi aveva fatto la grazia.

Ripassavo a mente queste storie mentre ero in fila davanti all’aula magna dell’ospedale di Pescara. Medici, odontoiatri e infermieri: potevamo sembrare studenti, a parte i segni delle nostre varie età. Non ci trovavamo lì per una lezione o un congresso, stavamo per ricevere la seconda dose del vaccino anti-Sars Cov 2.

Una dottoressa bionda elencava i possibili effetti collaterali e si chiedeva se avrebbe potuto lavorare il giorno dopo. Con la febbre no, con la spossatezza forse. Una collega le ha risposto che lei aveva già l’Oki nella borsa. Eravamo meno medici che pazienti, con una battuta o una risata nervosa sfogavamo la stanchezza di un anno vissuto nel rischio quotidiano di ammalarci e morire.

Qualcuno parlava dei recettori ACE 2 a cui il virus si lega per entrare nelle cellule umane e dell’ormai famosa proteina Spike, come sede di possibili mutazioni. Ho sentito parlare anche d’altro, di turni, della riorganizzazione di un reparto, ma ogni argomento era viziato da una sorta di irrilevanza, sullo sfondo cupo della pandemia. Alla prima inoculazione, tre settimane avanti, eravamo più leggeri e speranzosi. Avevo ricevuto la puntura al deltoide quasi con la stessa fiducia della bambina che si lasciava sciogliere sulla lingua la salvifica zolletta. Poi il dilagare delle varianti e l’aumento di letti occupati nelle terapie intensive avevano spento l’entusiasmo.

Un’infermiera gentile mi ha punto sul braccio segnato dalle cicatrici ancora visibili dell’antivaiolosa. Ho aspettato la mezz’ora prescritta per il monitoraggio di eventuali reazioni avverse e sono andata via senza certezze. Adesso dovrei essere già immune – per quanto tempo? – dal virus che conosciamo, ma chissà se in un posto impensabile del pianeta è già “nata” la mutazione che non sarà riconosciuta dalle mie difese.

Fuori ho ritrovato la città nella luce di una primavera che è cominciata lo stesso.



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