Vaccini, il dovere di salvare il mondo

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Dovevamo capire che nell’era della mondializzazione anche il Male — che è il riflesso dell’opera umana — avrebbe agito su scala globale, adottando le nostre stesse misure, inseguendoci nella superficie e nei volumi su cui estendevamo via via la nostra potestà, ricalcolando la proporzione tra gli spazi di offesa e difesa. In ritardo oggi prendiamo atto che prima di noi, delle nostre faticose proiezioni istituzionali, delle nostre organizzazioni internazionali, il virus ha già unificato il mondo nella paura, cortocircuitando la storia e la geografia con il contagio, e sottoponendolo alla stessa minaccia di morte. È saltata l’ultima illusione modernista, che ci spingeva a guardare alle pandemie come a morbi relegati nell’antichità e nella povertà, e di conseguenza ci faceva sentire protetti dallo scudo del progresso, della scienza, della medicina, appannaggio del Primo Mondo in cui viviamo. Un sistema che sembrava inattaccabile come una fortezza: noi produciamo il benessere che consumiamo, e il ricavato di questo benessere ci tutela e ci garantisce. Fino a un anno fa.

Penetrando in questo equilibrio, infatti, il Covid ha azzerato le nostre pretese di invulnerabilità e ha annullato la falsa equivalenza tra privilegio e immunità. Ci siamo trovati tutti esposti, tutti candidati, tutti possibili bersagli, semplicemente per la nostra natura di esseri viventi, organismi di cui il virus ha bisogno per svolgere il mandato genetico impresso nel suo Dna, infettare per riprodursi, moltiplicarsi e assicurare la continuità della specie. Non avevamo mai conosciuto una minaccia così totale, che riguarda l’umanità nel suo insieme, a qualsiasi latitudine, come se il divenire del mondo avesse interrotto il suo transito. È la totalità di un assedio che non ha vie di fuga, prevede una sola distinzione, tra i condannati e i salvati, come un giudizio universale anticipato. Poi è arrivato il vaccino, che ci ha permesso di uscire dalle case dove ci eravamo rifugiati, ha ripopolato il vuoto che avevamo aperto come unica difesa davanti all’avanzare dell’epidemia, ha ricostruito lo spazio sociale che il contagio era riuscito a occupare, disgregandolo.

Appena rialziamo la testa, oggi, dobbiamo fare il conto con le nostre diversità che riemergono e c’interpellano, dopo i mesi del lockdown in cui eravamo tutti precipitati sentendoci uguali, anche nel primitivismo delle uniche armi di difesa, la distanza, la maschera, le mani lavate continuamente. Adesso si riaffacciano le distinzioni: tra chi è vaccinato e chi no, tra chi è fragile e chi invece deve aspettare il turno dell’età, tra i giovani che d’estate e in vacanza rischiano di diventare una categoria esposta, e gli anziani protetti per primi. Ma tutto questo, che pure ci riguarda da vicino, è una parte del problema. Perché attorno a noi c’è il mondo, interamente attaccato dal virus. E quel mondo sembra uguale soltanto sotto l’attacco della pandemia, quando è inerme e indifeso. Appena comincia la fase di recupero, si intravvede una via d’uscita e ritorna la speranza, il mondo si divide, perché ritornano immediatamente le differenze, incolmabili. Il Primo Mondo è riuscito a concentrare lo sforzo del progresso sul vaccino: lo ha trovato (a tempo di record), lo ha prodotto, lo distribuisce a se stesso, introiettandolo. Dunque forse si sta salvando. Ma proprio qui, proprio a questo punto, nasce una domanda: può salvarsi da solo, consumando il suo privilegio anche davanti a un fenomeno mondiale come la pandemia?

Il primo dato a consuntivo del rimedio vaccinale, richiamato dal capo del governo italiano Draghi e dalla presidente della commissione europea von der Leyen a Roma durante il Global Health Summit, è impressionante. Per immunizzare tutta la terra, bisognerebbe vaccinare sette miliardi di persone, una quantità impossibile da raggiungere: ma oggi sul miliardo e 625 milioni di dosi somministrate in 186 Stati, l’85 per cento è finito agli abitanti dei Paesi più ricchi, e soltanto lo 0,3 per cento è stato destinato ai Paesi poveri. Uno squilibrio confermato dalle analisi di dettaglio: la prima dose (o la monodose) nel mondo è arrivata a 748 milioni di persone, il 9,6 per cento della popolazione, la seconda dose al 5,31 per cento, cioè 383 milioni di cittadini.

Nella classifica totale della distribuzione l’Italia è all’ottavo posto coi suoi 30 milioni di dosi, e passa al ventunesimo nel calcolo delle dosi somministrate in rapporto alla popolazione, col 49,57 per cento rispetto al 121,9 di Israele, al 120,7 degli Emirati Arabi, al 90,35 del Cile, all’87,1 del Regno Unito. Ma il resto del mondo? Scopriamo che il Brasile è a quota 26,6, l’Albania a 24,4, l’Argentina a 23,8, la Bulgaria al 18, la Colombia al 15, l’India al 13,6, la Bolivia all’11, l’Ecuador al 9,7, la Malesia al 7,55, Cuba al 6,53, la Tunisia al 5,70, le Filippine al 3,39, il Ghana al 2,74, la Guinea all’1,8, la Nigeria allo 0,92, il Sudan allo 0,66, l’Algeria allo 0,17. Se la Cina distribuisce 10 mila dosi per milione di abitanti, la Grecia 8.600 e l’Italia 7.900, l’Uzbekistan scende a 780, dieci volte di meno, la Libia a 669, l’Armenia a 411, il Bangladesh a 230, l’Etiopia a 129, il Kenya a 47, il Rwanda a 6.

Dunque il mondo si unifica nella paura, si separa nella fiducia. L’autorizzazione a sperare sembra valere soltanto per la zona del benessere, dove sono concentrate la ricerca, la tecnologia e il sapere, come se quest’area avanzata del pianeta fosse legittimata a usufruire in monopolio dello sviluppo che produce. Ma proprio la natura globale dell’attacco virale cancella l’idea che sia venuto meno il vincolo d’interdipendenza tra la parte ricca e la parte disperata del mondo, e che la partita della salvezza si possa quindi giocare tutta e soltanto dentro il recinto protetto della prosperità, trasformando il vaccino in un moltiplicatore delle disuguaglianze. La metodica stessa del contagio, che affida all’uomo infettato il compito della trasmissione virale, abbatte le divisioni artificiali tra il Primo Mondo e gli altri, nella falsa convinzione che si possa raggiungere l’esclusiva della salvezza. È vero il contrario, per un problema morale e per un calcolo strategico: questo squilibrio politico rivelato dalle cifre non può reggere, e la stessa sicurezza dei Paesi più ricchi resterà minacciata dall’azione del Covid anche dopo una vaccinazione di massa se il vaccino non raggiungerà le popolazioni dei Paesi più poveri e più esposti, condannandole ad essere riserve permanenti e attive di riproduzione del virus, e strumenti potenziali di contagio.

Come si supera il gap economico, tecnologico, di conoscenza tra i due mondi? Trasferendo il know how, aumentando la produzione dei vaccini, rendendo le licenze obbligatorie, minacciando Big Pharma di una sospensione dei brevetti per arrivare a una distribuzione massiccia dei rimedi a prezzo di costo, incentivando donazioni e aiuti da parte dei Paesi ricchi, eliminando il blocco all’export dei componenti vaccinali negli Usa e nel Regno Unito. Ma soprattutto con un’inversione culturale, rispetto alla stagione dei nazionalismi, degli egoismi, dei particolarismi. Combattere un assedio pandemico nel chiuso del recinto di casa è illusorio, o meglio è solo l’inizio, un’operazione di difesa: per attaccare il virus bisogna uscire, «vaccinare il mondo — come ha detto Draghi — , e al più presto». La sfida va giocata a livello planetario, con manovre continentali, intese internazionali, organizzazioni sovranazionali. All’universale si risponde solo con l’universale.

Finisce l’epoca che voleva privatizzare il benessere dietro i muri, riemerge la cooperazione, il tentativo di governare la globalizzazione. E mentre il sovranismo si dimostra un’ideologia fallace anche in termini di sicurezza, rispunta addirittura il concetto di solidarietà che sembrava in esilio dal nuovo secolo: e invece torna a indicare come soluzione il vincolo tra gli individui, quel legame volontario, non contrattuale ma naturale, che sta a metà strada tra la libertà e l’uguaglianza.

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