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Vaccino Covid, la seconda dose può essere diversa dalla prima?

La Republica News
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Mascherina sì, ma in tasca. Pronta per essere indossata nelle situazioni che lo richiedono, quelle più a rischio, ma non più un obbligo perenne. Potrebbe essere questa la normalità del prossimo autunno secondo Guido Rasi, già Direttore esecutivo dell’agenzia europea dei farmaci EMA e oggi direttore scientifico di Consulcesi, che ha presentato oggi il corso ECM “Il Covid-19 tra mutazione e varianti. Una nuova sfida per i vaccini e le terapie, destinato a medici e operatori sanitari. Un corso che nelle intenzioni di Massimo Tortorella, presidente di Consulcesi, dovrebbe “colmare quella carenza formativa che ha portato all’esitanza vaccinale alcuni tra gli operatori sanitari, pregiudicando così i comportamenti della popolazione generale”.

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“Il virus non scomparirà del tutto, soprattutto non subito e non per sempre, ma grazie ai vaccini la pandemia potrebbe avere le ore contate”, assicura Rasi.

Ma per riporre la mascherina tutto deve andare nel verso giusto nei prossimi mesi. Soprattutto grazie ai vaccini che sono, continua l’ex direttore dell’EMA, la migliore arma che abbiamo per contrastare le varianti, sia quelle già note che quelle future. A riprendere il ritmo dovrebbe essere in primo luogo la campagna vaccinale, che però sta scontando due ordini di problemi: una iniziale mancanza di strategia, con una distribuzione di dosi non ottimale nelle diverse fasce di età, e le incertezze dovute alle segnalazioni di quelle rare forme di trombosi che potrebbero essere correlate alla somministrazione del vaccino AstraZeneca.

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“I vaccini vanno usati con fiducia – ribadisce Rasi – bisogna fidarsi della scienza. Giusto approfondire i casi sospetti, ma non vedo al momento indicazioni per fermare la campagna”. Eppure qualche domanda è legittimo porsela. Resta da capire, per esempio, se i vaccini saranno efficaci anche contro le varianti che via via emergeranno. “Per quest’anno i quattro vaccini autorizzati dall’EMA hanno mostrato performances sufficienti, ed entro la fine dell’anno ne potrebbero arrivare altri”, continua Rasi. Sul 2022 meglio non sbilanciarsi. Anche perché troppe ancora sono le cose che non sappiamo. Una di queste è se abbia senso seguire la strada britannica, privilegiando la prima dose ai richiami. Oppure se, visti gli effetti vivaci provocati dal vaccino AstraZeneca sulle fasce più giovanili, non sia meglio privilegiare la vaccinazione dei più anziani, il cui sistema immunitario è meno reattivo. O se ci sia un fattore genetico legato all’insorgenza di queste rare forme di trombosi, che mostrano una prevalenza soprattutto nei paesi del Nord Europa. E ancora: viste le preoccupazioni che ancora orbitano intorno a questo vaccino, in attesa delle valutazioni delle autorità regolatorie, cosa accadrà a chi ha già fatto la prima dose con AstraZeneca?

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“Dobbiamo pensare a un piano B – continua Rasi – nel senso che è necessario progettare studi sulle vaccinazioni miste: immagino uno studio molto ben disegnato e coordinato, su volontari che abbiano ricevuto una prima dose del vaccino anglo-svedese e che poi, basandosi sui dati emersi dai test sierologici, facciano il richiamo con un altro prodotto, che sia Pfizer o Moderna”. In Germania qualcuno sta già lavorando in questo senso: condividere i dati sarebbe un’ottima strategia di respiro europeo.

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L’Europa dovrebbe battere un colpo anche nelle politiche della produzione farmacologica. “Se oggi arranchiamo per colpa delle dosi promesse e mai arrivate del vaccino sviluppato all’Università Oxford è anche perché oggi, avendo in parte smantellato la nostra industria farmaceutica, agiamo da clienti e non da partner. E oggi paghiamo le conseguenze di politiche industriali poco lungimiranti. L’Italia ha una grande tradizione in questo settore e dovrebbe sviluppare strategie di riconversione degli impianti esistenti o di creazione di nuovi – conclude Rasi – di concerto con l’Europa”.

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