Vaccino quanto ci proteggera Tutti gli interrogativi sullo scudo anti Covid

Vaccino, quanto ci proteggerà? Tutti gli interrogativi sullo scudo anti Covid

La Republica News
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Avremo presto un vaccino efficace al 90%. Ma la notizia diffusa lunedì dalla casa farmaceutica Pfizer, che ha lavorato con l’azienda tedesca BioNTech, lascia aperte molte domande. Si potrà capire chi fa parte del 10% non protetto? Sappiamo se il vaccino funzionerà anche negli anziani? Come bisognerà comportarsi se l’immunità non riuscirà a essere sterilizzante, se cioè mitigherà i sintomi ma lascerà gli infetti capaci di contagiare? Perché avremo bisogno di più di un vaccino? A guidarci nelle risposte è Andrea Cossarizza, immunologo dell’università di Modena e Reggio Emilia.
Cosa vuol dire che il vaccino forse ci lascerà contagiosi?
Che potrebbe impedire alla persona vaccinata di sviluppare sintomi gravi, ma non di albergare il virus nelle proprie vie respiratorie e di trasmetterlo agli altri. Potremo avere un abbozzo di risposta quando Pfizer e BioNTech pubblicheranno i dati scientifici (per ora c’è solo una dichiarazione del ceo di Pfizer Albert Bourla) relativi ai singoli partecipanti della sperimentazione. Ma per averne la certezza sarebbero serviti tamponi ripetuti su tutti i 44mila volontari della sperimentazione: operazione che in questa fase avrebbe reso difficoltoso il test. Il dubbio, dunque, per il momento è destinato a restare. “Il ruolo del vaccino è attivare varie parti del sistema immunitario, ostacolare l’ingresso del virus nelle nostre cellule ed eliminare le cellule infettate” spiega Cossarizza. Quando l’eliminazione del microrganismo avviene completamente, e quindi la persona che aveva il virus non è più infetta e non può essere contagiosa, si dice che l’immunità è sterilizzante. “Ed è l’obiettivo da raggiungere in tutta la popolazione, altrimenti potremmo continuare ad avere delle persone senza sintomi ma in grado di contagiare”.
In questo caso il coronavirus resterà tra noi nonostante il vaccino?
“Questo non lo sappiamo ancora, ma le cariche virali potrebbero essere sempre più ridotte” prosegue Cossarizza. “In linea teorica, una persona vaccinata potrebbe venire a contatto con il virus senza presentare alcun sintomo, mantenere semmai per un breve periodo una quantità di patogeno molto ridotta nell’organismo, ed essere incapace di contagiarne altre. Questo farebbe gradualmente ridurre la quantità di virus che circolano nella comunità. La convivenza com Sars-CoV-2 smetterebbe quindi di creare problemi così drammatici”. Un’immunità non sterilizzante non farebbe venir meno l’obbligo di portare la mascherina e restare a distanza. Chi si è vaccinato dovrebbe continuare a proteggere gli altri.
Quando sapremo che tipo di immunità offre il vaccino della Pfizer?
Dal comunicato di lunedì, sembra di capire che il vaccino protegga dalla malattia, ma non sappiamo se offra un’immunità sterilizzante. L’analisi dei dati è stata fatta una settimana dopo il richiamo, troppo presto per trarre delle conclusioni. Sarà necessario analizzare i dati dei singoli volontari delle sperimentazioni per capirlo. Neanche la fase tre, quella finale, è in grado di sciogliere infatti tutti gli interrogativi. La durata della protezione del vaccino, per esempio, può essere scoperta solo con il tempo. Si stima che dopo un anno l’immunità svanisca. Ma per osservarlo è ovviamente necessario aspettare che trascorra quel lasso di tempo.  

Gli altri vaccini saranno migliori?

Non lo sappiamo ancora. Tra novembre e l’inizio di dicembre dovrebbero essere pubblicati i dati di altri due vaccini: quello della biotech americana Moderna (anch’essa, come Pfizer, usa il metodo dell’Rna messaggero per indurre le nostre cellule a produrre l’antigene del coronavirus) e quello di AstraZeneca prodotto con l’università di Oxford (che sfrutta invece il metodo del vettore virale). Il vaccino di AstraZeneca e Oxford, in un test sui macachi, ha mostrato di indurre l’immunità, ma non sterilizzante. Le scimmie – infettate per la verità con quantità altissime di coronavirus – si sono ammalate solo di raffreddore, ma sono rimaste contagiose.  
Se un vaccino ha un’efficacia del 90%, come fa chi lo ha ricevuto a sapere se è protetto?
Chi ricade nel 10% restante non può saperlo. Per questo, anche dopo l’arrivo del vaccino, andranno mantenute tutte le precauzioni. “Questo però vale per tutti i vaccini. Nessuno è efficace al 100%, c’è sempre qualche persona che non risponde bene, come accade in tutte le risposte immunitarie” spiega Cossarizza. “Le campagne di immunizzazione sono importanti per i benefici che danno all’intera comunità, non solo ai singoli individui. Vaccinare le persone con un prodotto che ha un’efficacia buona vuol dire ridurre progressivamente la trasmissibilità e il tasso di contagiosità e, con il tempo, far sparire un’infezione”.   
Perché un vaccino funziona su una persona e non su un’altra?
“Perché la risposta immunitaria varia fra gli individui. Due gemelli omozigoti possono reagire in modo diverso allo stesso patogeno. Se una persona è stressata, ad esempio, le sue difese possono indebolirsi. E ben sappiamo quanto alto sia oggi il livello di stress per tutti noi. A influire è anche la quantità di virus che entra nel nostro corpo al momento del contagio. Ma sapere in anticipo con certezza matematica chi verrà protetto al 100% da un vaccino è molto difficile” allarga le braccia Cossarizza. 
E’ vero che i meno protetti dal vaccino sarebbero proprio gli anziani, coloro che ne avrebbero più bisogno?
E’ possibile: tutti i vaccini in genere funzionano meno con l’aumentare dell’età. Nel caso dell’influenza, esistono vaccini formulati appositamente per gli anziani, che contengono degli adiuvanti per stimolare meglio il sistema immunitario. Né Pfizer, né AstraZeneca, né Moderna prevedono questi componenti. I dati completi sulle sperimentazioni ci diranno – si spera – qual è stata l’efficacia dei vaccini nelle singole fasce d’età su cui sono stati testati. Ma anche se dovessero funzionare meno negli anziani, i vaccini saranno importanti per ridurre la circolazione del virus nella comunità, abbassando dunque le probabilità di contagio.  
Perché avremo bisogno di tanti vaccini?
Quelli allo studio nel mondo sono moltissimi. Ad oggi, in sperimentazione sull’uomo ce ne sono, secondo l’Oms, ben 47, e 155 sono in fase preclinica. “Sfruttano metodi diversi e stimolano il sistema immunitario in modo diverso. E’ utile dunque averne più di uno” conferma Cossarizza. Da un lato ci sono le difficoltà tecniche di produzione e distribuzione: “Il vaccino di Pfizer e BioNTech deve essere conservato (e trasportato) a meno 80 gradi centigradi. Non tutti gli ospedali o i centri dove si vaccina hanno freezer così potenti, e il ghiaccio secco non riesce a mantenere temperature così estreme per molto tempo. Per trasportare i vaccini potrebbe essere necessario l’uso di azoto liquido (a meno 180 gradi), ma questo renderebbe tutto assai complicato”. Gli altri vaccini, da questo punto di vista, danno problemi minori. Moderna ha bisogno “solo” di meno 20 gradi, AstraZeneca di temperature di 2-8 gradi sopra lo zero, come un normale frigorifero di casa. Dal punto di vista dell’efficacia, può darsi che chi non risponde a un vaccino possa non farlo neanche agli altri. “Ma avremo prodotti con gli adiuvanti più adatti agli anziani. Ci saranno vaccini che usano diverse proteine del coronavirus come antigeni: potrebbero dunque essere riconosciuti meglio dal sistema immunitario”.  
Potrebbe essere utile fare più di un vaccino?
“Potrebbe avere senso” conferma Cossarizza. Non so se sarà possibile per tutti, visto che le dosi resteranno scarse per un periodo lungo. Ma le persone più esposte potranno valutare l’idea di ricevere più di un prodotto. “L’idea potrebbe essere ancor più valida se si utilizzassero vaccini che usano antigeni e strategie diverse” In ogni caso, la maggior parte dei candidati allo studio (Pfizer incluso) hanno bisogno di due dosi. A seconda di quanto durerà l’immunità, andranno ripetuti, probabilmente ogni anno.


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