Valerio Magrelli: “La malattia ci fa capire noi stessi”

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“Ci conosciamo gli ammalati:/ nostri doppi, noi stessi/ intravisti come su un’altra pista”.

Valerio Magrelli cita Patrick McGuinness per raccontare la sua personalissima idea di malattia, di cura, di società. Ma anche di rinascita. Tra i principali poeti italiani, a cui l’Accademia italiana dei Lincei ha conferito il Premio Feltrinelli per la poesia italiana, scrittore, traduttore, critico letterario e accademico, è forse tra i pochi italiani ad aver dedicato, con meticolosità degouncurtiana, gran parte della sua produzione al corpo difettoso, alla sua fallibilità che finisce inevitabilmente per trovare specchio in quella della materia che si ostina a distruggere.

Magrelli, lei è quasi ossessionato dall’idea di malattia. Cosa rappresenta per lei?

“Fin dal mio primo libro, Ora serrata retinae, mi sono concentrato su questo aspetto, parlando della miopia, che è una malattia dello sguardo, con la quale nel tempo mi sono trovato a fare i conti. Ne Il condominio di carne, che è il mio primo libro in prosa, da buon malato della domenica, passo in rassegna tutti gli acciacchi. Dico testualmente, il mio passato è una malattia contratta nell’infanzia. Perciò ho deciso di capire come. Nulla di grave, però per me la malattia è una sfida: la guardo come si può guardare una dilatazione della conoscenza. Prendiamo il miope: ha ben due sguardi. Il primo è quello sfocato, del malato. Il secondo è quello normato dagli occhiali. Ecco, la malattia può essere considerata una sorta di arricchimento cognitivo. C’è un passaggio molto bello di Susan Sontag che recita: tutti quelli che nascono hanno una doppia cittadinanza, nel regno dello star bene e nel regno dello star male. Preferiremmo servirci solo del passaporto buono, ma prima o poi ognuno viene costretto almeno per un periodo a riconoscersi cittadino di quell’altro Paese. Ecco, nostro malgrado, ci ritroviamo così. Novalis scrive: ogni malattia è un problema musicale. Ogni cura è una soluzione musicale. Per me è un oracolo quasi incomprensibile, ma lo trovo di così tale poesia che l’ho inserito anche nel mio libro, Geologia di un padre”.

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Ci sono malattie più potenti di altre. Più corali. Prendiamo la pandemia. Lei come l’ha vissuta?

“Come una catastrofe, pur consapevole di rientrare nella nicchia dei privilegiati. Non ho preso il Covid, non ho figli piccoli, non ho una casa angusta. Eppure è saltato il mio mondo. Non saprei come dirlo meglio, ma è come se ci fosse un prima e un dopo. È stato ancora una volta tornare alla malattia, la malattia del mondo che stiamo distruggendo. Abbiamo i vaccini, ma non siamo in grado di estirpare le radici dello spillover, di quella che qualcuno ha definito meravigliosamente ‘infiammazione ambientale’, perché se penso al pianeta, ci penso come a un tessuto dolente. È banale, ma a volte mi capita di entrare in farmacia e penso: ora tutti questi flaconi che fine faranno? Qualsiasi nostra azione sembra votata a distruggerci, perchè di malattie ne esistono almeno tre tipologie: del corpo, dell’anima e sociale”.

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E la cura?

“Cura è una parola bellissima. Ho appena finito di leggere un libro molto interessante di Stefano Mancuso, La nazione delle piante. La lezione è che basterebbe piantare un miliardo di alberi per lenire ed entrare in un’armonia diversa con il mondo che non può essere concepito più come un ammasso di materiali da saccheggiare. È una banalità, eppure c’è ancora gente che prende in giro Greta Thunberg. Ma vogliamo capirlo che lei è Giovanna D’Arco e ci sta dicendo che la nostra casa sta andando in fiamme?”.

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A proposito di Greta, lei come si pone nei confronti dei giovani? Crede che possano svolgere un ruolo attivo nel recupero di un’etica ambientalista?

“La salvezza viene dai giovani beneducati. Il resto è massa brada anche per colpa dello svilimento della scuola e dell’insegnamento. Ma credo in questa porzione per bene che è erede e che dovrebbe svolgere un’attività capillare”.

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La poesia o più in generale la letteratura, possono servire alla causa?

“L’altro giorno leggevo un articolo sulla neuroletteratura. Non ci credo molto, in verità. La mia idea è che la letteratura sia un dilatatore di forze, quindi fa diventare migliori le persone buone e peggiori quelle cattive. Non ho una visione ottimista, immagino piuttosto che sia importante sviluppare un sano egoismo. Se vogliamo sopravvivere come specie, bisogna cambiare leva. Puntare solo sull’entusiasmo dei ragazzi non basta. I predatori non si convincono così”.

Lei ha più volte detto che non sarà la bellezza a salvare il mondo, ma la violenza. Che intende?

“I violenti si possono educare e si devono punire. Se non teniamo bene a mente questo non abbiamo altre possibilità. A mio avviso gli speculatori che bruciano l’Amazzonia devono essere chiusi in carcere. Se non c’è deterrente resterà tutto così com’è. Anche i femminicidi non si estingueranno. Nel mio libro Il commissario Magrelli scherzo sul fatto che sarebbe opportuno lanciare un nuovo messaggio, “qualcuno tocchi Caino”. Perché chi ferisce il paesaggio, l’infanzia o le donne, tre figure per me totemiche, dovrebbe essere relegato ai margini. Con tutte le cautele e le misure del caso, ci mancherebbe, ma non può essere parte di questa società. Non parlo di vendette o rappresaglie, ci mancherebbe, ma sono i deboli a dover essere difesi”.

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Tornando al tema della malattia, il disagio clinico viene tirato in ballo come chiave di lettura di episodi di cronaca. Che ne pensa?

“Che esistono elementi soggettivi ed elementi oggettivi. Se un islamico, in Francia, uccide un anziano buttandolo da un balcone, non può essere assolto perché aveva fumato. Non si deve confondere un elemento soggettivo con uno oggettivo. Che io beva Fernet o mangi la porchetta, non è un dato rilevante sul piano di realtà. Esiste una pena che va scontata. Con tutte le cautele del caso, perché episodi come quelli accaduti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere sono inaccettabili. Ma non devono essere accampate scusanti; è una questione di dignità. Se sono uno che schizza veleno, non sono idoneo a vivere in una società. Non c’è più bisogno di fare sperimentazioni sugli innocenti. E questa è una posizione che rivendico da uomo di sinistra, anche se mi rendo conto che sia difficile da comprendere per via di un sostrato cristiano che ha inquinato la logica. Lungi da me essere fan della Meloni o di Salvini. È cosa ben diversa”.

Si parla spesso di pandemia e potere. Che idea si è fatto?

“Che è stata una specie di grande Ilva: la salute o il lavoro? Grazie al miracolo dei vaccini sembra si sia trovata una via di uscita. Ma l’idea della crescita infinita è un suicidio. La materia prima termina. Piuttosto iniziamo a pensare a una forma di decrescita. Se continuiamo così andremo a fuoco e l’esperienza ce lo insegna. Non è che sia un catastrofista, magari lo fossi. Mi reputo un realista convinto che serva una cura planetaria”.

Come si colloca la poesia in questa sua analisi?

“L’unica cosa che ho imparato dalle avanguardie storiche, vedi i dadaisti, è che la poesia non accetta prescrizioni. È il regno della libertà assoluta. In Italia c’è una bella varietà. Sono contro le monoculture, dopo aver attraversato la neoavanguardia degli anni Sessanta e il trionfo degli heideggeristi degli anni Ottanta. Viva la diversità, anzi la bibliodiversità”.

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