Valle dei templi, la Corte Costituzionale cancella le sanzioni per le case abusive

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Sono abusivi ma non dovranno più pagare alcuna sanzione. La Corte costituzionale dà ragione ai proprietari di circa 4mila case costruite attorno alla Valle dei Templi – nelle zone B, C e D – ai quali era stato chiesto di pagare una sanzione perché realizzate in aree sottoposte a vincolo paesaggistico: il vincolo sarebbe stato posto dopo che le case erano già state costruite. Ma comunque abusivamente, considerato che l’area era sottoposta già a vincolo archeologico.

La sentenza conclude un’annosa vicenda al centro di numeri ricorsi da parte di chi aveva costruito prima del 1985 nelle zone B,C,D vicine al parco archeologico più esteso al mondo. Dall’approvazione della Legge Galasso, a circa 4 mila proprietari di immobili che erano stati costruiti prima del 1985, quindi dell’applicazione del vincolo di tutela,  era stato chiesto di pagare una indennità paesaggistica, secondo il decreto Gui-Mancini che riguardava la edificabilità relativa: cifre attorno ai 20mila euro per abitazione.

La questione è finita presto nei tribunali amministrativi e diverse sentenze del Consiglio di giustizia amministrativa andavano nella direzione oggi sancita dalla Corte costituzionale: quest’ultima, accogliendo le difese degli avvocati Doriana e Salvatore Palillo, ha stabilito che il vincolo non va posto per coloro che prima del 1985 avevano già edificato le costruzioni sui terreni ricadenti nelle aree interessate, perché la sanzione è applicabile in caso di intervento edilizio – si legge sulla sentenza – “su un’area già vincolata al momento di realizzazione dell’abuso”.

In pochi per la verità hanno pagato appellandosi piuttosto ai giudici amministrativi.

“La sentenza – spiegano i legali di alcuni dei residenti negli immobili in questione – avrà un impatto considerevole anche per coloro che hanno avanzato istanza di concessione edilizia in sanatoria, il cui rilascio viene ingiustamente subordinato al pagamento della indennità”.

La Regione non si è costituita in giudizio davanti la Corte Costituzionale: “Mi rammarica – dice l’avvocato Palillo – perché questo atto avrebbe potuto dimostrare la difesa delle prerogative statuarie in materia di beni culturali a difesa di quanto già legiferato con la legge regionale 17/94”.

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