Venezia 78, la Mostra ha vinto la sua sfida

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Era partita con le migliori premesse e non ne ha delusa nessuna. La Mostra è stata al centro del mondo e non è inciampata nell’ultimo ostacolo, capace di offuscare dodici giorni di ottima selezione: il verdetto. Quello della giuria presieduta dal regista sudcoreano Bong Joon-ho, Oscar per Parasite, rispecchia le tante anime di questo festival, che sono poi quelle del cinema. Il Leone d’oro va per il secondo anno a una regista (nel 2020 Chloé Zhao per Nomadland), la franco-libanese Audrey Diwan, dopo la Palma d’oro femminile all’ultimo Cannes (Titane di Julia Ducournau). Dodici settimane è l’odissea di una adolescente costretta a un aborto clandestino nella Francia del ’63. Storia vera – raccontata con rigore, senza sentimentalismo – che rimanda alla battaglia in atto tra la legge del Texas e il presidente Biden.Premio alla regia a Jane Campion con Il potere del cane, la sceneggiatura a Maggie Gyllenhaal per The lost daughter da Elena Ferrante. Stante storie hanno parlato di donne, tanti film hanno affrontato la violenza di genere, messo in discussione gli stereotipi sulla maternità, raccontato la mascolinità tossica.

Nell’estate dei trionfi italiani, dall’Eurovision agli Europei di calcio alle medaglie olimpiche, l’Italia splende anche a Venezia. Con il Leone d’argento al bellissimo, sincero È stata la mano di dio di Paolo Sorrentino, il nostro autore dal respiro più internazionale, accolto con calore anche al festival di Telluride; al giovane Filippo Scotti il premio Mastroianni. Premio della giuria a Il buco di Michelangelo Frammartino, esponente di un “cinema carsico” arrivato al cuore della giuria con la potenza delle immagini, senza bisogno di parole.

Paolo Sorrentino (agf)

Ha vinto soprattutto la Mostra, che si conferma un crocevia mondiale capace di intercettare e cavalcare le tendenze e di tenere la barra al centro rispetto alla missione di un festival: scoprire talenti e linguaggi, attrarre nuovo pubblico, mettere il cinema al centro dei media. E questo grazie al ritorno trionfale di autori e divi, gli ultimi Matt Damon e Ben Affleck con Jennifer Lopez, prima  di loro le giovani star Timothée Chalamet e Zendaya, poi Penelope Cruz e Antonio Banderas, Oscar Isaacs, Jessica Chastain, Kristen Stewart. Una concentrazione mai vista dall’avvento della pandemia e superiore ad alcune edizioni pre-Covid, una presenza che a luglio, a Cannes, è stata impossibile, con la rinuncia di Wes Anderson e dei suoi divi all’incontro stampa e le defezioni di presenze annunciate. Perfino sul fronte logistico la Mostra è stata un passo avanti: il green pass associato all’accredito ha evitato il reiterarsi dei controlli, il sistema di prenotazione – con qualche cedimento dovuto al raddoppio degli accreditati – non ha avuto i problemi del sistema francese. Il segreto è un’organizzazione duttile: se un giorno si formano ingorghi ai varchi di sicurezza, quello dopo si crea una corsia preferenziale per gli accreditati. Un dettaglio da addetti ai lavori ma anche la dimostrazione di un’apertura mentale, in tutti i campi: Venezia non ha ingaggiato un duello con Netflix e nella lista dei premi ci sono tre titoli della piattaforma che, con altri, da qui partono per un tragitto che negli ultimi anni ha portato agli Oscar film come Birdman, La forma dell’acqua, Roma, Nomadland.

Jane Campion (agf)

Due anni di Covid non hanno ucciso il cinema, che vive nelle storie e nella visione degli autori. La Mostra ha creato le condizioni per una ripartenza grande. Ora tocca agli spettatori. Il pubblico non è ancora davvero tornato in sala, salvo rare eccezioni, anche se è il luogo più sicuro. Le misure sono fin troppo rigorose, nelle sale e alla Mostra, malgrado il passaporto vaccinale e i tamponi la capienza resta dimezzata. È il momento che il premier Draghi accolga la richiesta del ministro Franceschini di tornare, come in Francia, a una presenza piena.

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