Venezia 78, le registe afghane: “Vi prego, non dimenticateci. Quello che accade è una vergogna”

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Le registe afghane Sahraa Karimi e Sahra Mani alla Mostra del cinema di Venezia hanno lanciato un appello commosso: “Vi prego, non dimenticateci”. Durante un panel dedicato all’attualità dell’Afghanistan, Karimi, prima presidente donna dell’Afghan Film Organisation, ha raccontato la sua fuga dal Paese: “Il 15 agosto ho cominciato la mia giornata come sempre, dopo poche ore ho dovuto prendere la decisione più difficile della mia vita: partire o restare. Ho visto il mio Paese crollare, i miei sogni crollare, e non sono solo i miei ma quelli di una generazione che ha creduto di poter vivere diversamente. In poche ore il futuro si è fermato”, ha detto tra le lacrime. “Tantissimi talenti sono fuggiti, tanti sono rimasti ma vivono nel terrore, hanno cancellato i loro account social, lavorano in segreto, si nascondono con pseudonimi”.

A partecipare al panel internazionale, organizzato dalla Biennale in seguito ai drammatici fatti di Kabul, anche la documentarista afghana Mani, presente con un progetto al CoProduction Market della Mostra, e che in patria stava lavorando al progetto Kabul melody. Mani ha spiegato che “lavorare in Afghanistan non è mai stato facile, abbiamo avuto il governo più corrotto al mondo, ogni volta che uscivamo di casa guardavamo le persone e le nostre cose pensando che potesse essere l’ultima volta. Tutto il mio lavoro aveva una doppia copia, in Afghanistan e fuori, ma eravamo lì, volevamo costruire il Paese, perseverare, come è stato possibile – vi chiedo – che i terroristi talebani abbiano potuto conquistare in pochi giorni il mio Paese? Alcuni giorni fa è stato arrestato un musicista solo perché suonava uno strumento. È una vergogna per tutti noi essere perseguitati per questo. Come è possibile che dei terroristi internazionali abbiano potuto travolgere una parte del mondo? Oggi è il mio popolo che ha perso tutto, ma un domani potrebbe raggiungere un’altra parte del pianeta. Dobbiamo interrogarci su cosa possiamo fare”.

Le due cineaste hanno chiesto da Venezia “di non essere dimenticate” e di costruire una rete di aiuto internazionale. Accanto a loro c’era Orwa Nyrabia, cineasta indipendente siriano, ora direttore del festival di Amsterdam, anche lui fuoriuscito, e la direttrice del festival di Rotterdam Vanja Kaludjercic, il presidente Efa Mike Downey e il direttore esecutivo Matthijs Wouter Knol insieme al moderatore Giuliano Battiston che dal 2007 si dedica all’Afghanistan con viaggi, ricerche e saggi. “I talebani sono crudeli come vent’anni fa, sono però più furbi e capaci nell’utilizzare meglio la propaganda facendo credere di essere cambiati: ma chi nel ventunesimo secolo proibisce la musica, l’arte, il cinema, relega le donne, come può essere accettato? La mia generazione non vuole questo. Siamo senza casa e non perché siamo fuggiti dalla nostra: magari troveremo anche un altro lavoro ma non abbiamo più un Paese. Immaginate una nazione senza artisti: come potrà difendere la propria cultura, la propria identità? Kabul è una città perduta, gli archivi del cinema sono sotto il controllo dei talebani che ora, mentre sto parlando, potrebbero avere già distrutto tutto quello che stavamo costruendo e vi assicuro che era tanto. Volevamo raccontare l’Afghanistan cambiando narrativa, senza i cliché, avevamo autorizzato nove registi a occuparsi di nuovi progetti, stavamo organizzando tante cose e per la prima volta anche un film afghano era andato a Cannes; ora è stato spazzato tutto via. Aiutateci a non perdere le speranze”.

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