Vietato piangere i morti, ma i comunisti possono scendere in piazza: governo complice dell’Anpi

Libero Quotidiano News

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Gianluca Veneziani 23 aprile 2020

Non si sa da dove usciranno, forse dai sepolcri, visto che sono già quasi tutti morti. Ma comunque credono che il 25 aprile sia l’occasione buona per fare Resistenza alle norme cui sono costretti gli altri italiani. E per mettere in atto la loro nuova forma di Liberazione, quella dalla reclusione domestica. I partigiani, o perlomeno i pochi veri rimasti, non ne vogliono sapere di restare chiusi in casa e, sentendosi più “uguali” degli altri, hanno fatto capire al governo che loro, a ogni costo, dovranno celebrare il 75° anniversario della Liberazione.
E pertanto scenderanno in strada e faranno sentire la loro presenza contro la vera minaccia per il nostro Paese, il virus del nazifascismo. Il governo Conte, per una volta, ne aveva imbroccata una e, attraverso una circolare del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Fraccaro, aveva reso noto che alle celebrazioni del 25 aprile avrebbero potuto partecipare solo le autorità, escludendo i rappresentanti delle associazioni partigiane, allo scopo di «evitare assembramenti».
Alle orecchie dell’Anpi questa circolare era suonata autoritaria, manco fosse la disposizione di un gerarca fascista. E così i vertici dell’associazione avevano espresso «incredulità e rammarico». Da qui la pressione sul governo, con l’invito a cambiare la norma «inutilmente divisiva», e l’appello a trasgredire le regole, esortando «i locali Presidenti dell’Anpi o loro rappresentanti, nella misura di una sola persona, a partecipare alle celebrazioni». La faccenda avrebbe potuto risolversi con la rinuncia dei partigiani a fare la passerella commemorativa, se avessimo avuto un esecutivo capace di tenere il pugno duro, anziché il pugno chiuso; un esecutivo che non gioca al piccolo dittatore con la stragrande maggioranza dei cittadini, facendo eccezione per una cricca di “privilegiati”.
E invece noi abbiamo il governo più facile al compromesso di tutta la storia repubblicana. E allora ecco che, dopo la protesta dell’ Anpi, subito l’esecutivo ha fatto retromarcia. E, all’insegna del “contrordine, compagni”, ha fatto sapere ai partigiani che era tutto un equivoco, che «la circolare inviata dalla Presidenza del Consiglio non esclude in alcun modo l’ Anpi» ma anzi «le associazioni partigiane potranno partecipare alle celebrazioni» in nome del «valore che questo anniversario ricopre per l’ Italia». Il passaggio più surreale della risposta del governo era l’equiparazione dei membri dell’ Anpi alle altre autorità: «La circolare è indirizzata alle sole autorità pubbliche», si leggeva.
Partigiani, prefetti e questori, dunque, pari sono a livello istituzionale. Naturalmente questa torsione del governo era caldeggiata dai dem Orlando che considerava «doveroso che i vertici delle associazioni partigiane possano partecipare» e Delrio che definiva un «errore escludere l’ Anpi». A loro si aggiungeva Mattia Sartori delle Sardine che ribadiva: «La Liberazione è una pietra miliare, un appuntamento con la memoria».
Resta tuttavia sfuggente la ragione per la quale i partigiani possano girare indisturbati il 25 aprile, muniti solo della loro patente ideologica. Forse il loro fazzoletto rosso è più efficace delle mascherine? Forse il coronavirus è un pericoloso squadrista da contrastare con una cura massiccia di comunismo? O forse i partigiani, quelli veri, sono talmente pochi che, quand’ anche si radunassero tutti, non causerebbero alcun rischio di assembramento?

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