Violenza sulle donne, gli esperti del centro uomini maltrattanti: “Non solo panchine rosse”

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Le panchine rosse, così come tutte le strategie comunicative fondate principalmente sulla condanna e il rifiuto della violenza, sono il segno di una denuncia sociale, il tentativo che tale denuncia resti visibile e una strategia di promozione di un senso di appartenenza a quel movimento che vuol contrastare la violenza di genere. Ma, d’altra parte, con le panchine rosse ci sembra non si riesca a raggiungere quello che è forse l’obiettivo più ambizioso che ci si pone installandole: raggiungere quella fetta di persone che non si sente coinvolta in questo tentativo di contrasto alla violenza per sensibilizzarla o, se vogliamo, contattare quella parte di ciascuno di noi più pigra e svogliata, quella che se una cosa non ci riguarda da vicino non si lascia coinvolgere, per farla risvegliare dal torpore. Sappiamo bene che nella società c’è sempre chi distoglie lo sguardo e nega il problema, come c’è chi condanna la violenza ma senza voler provare a comprenderla davvero o aver voglia di capirne le ragioni; c’è quindi chi si ferma alla superficie delle cose senza la curiosità di esplorarne i perché e chi infine ritiene che la cosa in effetti non lo riguardi in quanto persona emancipata. Così, troppo spesso la violenza di genere – non solo il femminicidio – viene spiegata in modi frettolosi, semplicistici, liquidatori. Raramente ci si addentra nel provare a capire cosa significhi davvero per chi la compie, come si produca, che cosa comporti o come operi. La condanna, la colpa, la punizione e il rifiuto sono subito chiamati in causa per darne ragione. E tuttavia, questi modi non bastano a provare a dare un senso che aiuti a comprendere il fenomeno né a contrastarlo per risolvere i danni che fa o prevenirne di nuovi. Più che mai oggi c’è bisogno andare oltre il senso comune e di creare nuove competenze e modelli di lettura per provare a intervenire in maniere valide ed efficaci.

Lavorare con gli autori di violenza ci ha consentito di entrare, nel tempo, nelle storie di vita di molti di loro e di conoscere le dinamiche che li hanno portati a mettere in atto la violenza, di contattarne le fantasie, le paure, le ossessioni, i desideri. Sono, queste storie, anche molto diverse l’una dall’altra ma in esse è possibile scorgere alcuni elementi che di solito ricorrono.

Il primo di questi elementi è il vissuto che questi uomini hanno di sentirsi uno “scarto”, di sentirsi senza valore; non è questa una sensazione unicamente percepita nei confronti della donna verso cui hanno agito violenza ma, in generale, verso il mondo e i contesti in cui vivono.

Il secondo di questi elementi è il vissuto di essere loro le vere vittime. Diversamente da come alcuni pensano, non c’è quasi mai sadismo né soddisfazione nel compiere violenza verso la propria compagna; piuttosto, spesso ci troviamo di fronte all’idea pervasiva di essere vittime di una qualche forma di tradimento, di un abbandono insopportabile. Questo vissuto diventa progressivamente sempre più centrale nella loro rappresentazione della realtà e rende concepibili fantasie violente di vendetta. Attraverso questo vissuto vittimistico questi possono quindi legittimare la violenza nonostante il forte discredito, attuare uno spostamento della responsabilità della violenza da sé all’altro e percepire la partner come una nemica. Percepire la partner come nemica sembra inconcepibile nel senso comune, ma dobbiamo comprendere una specifica dinamica psicologica per capire il perché di questo passaggio da oggetto d’amore a nemico oggetto di violenza. Nella nostra primissima infanzia per ognuno di noi il vero pericolo non è la presenza del nemico, come invece avviene per tutte le altre specie animali (i predatori, la fame ecc.), ma l’assenza della figura “amica”, della persona portatrice di cure (in poche parole, della madre). Per l’uomo il nemico non è il nemico, ma l’assenza della persona amata e portatrice di amore. Per questo, nel momento in cui l’uomo sente il venir meno della propria partner, la percepisce come nemica o, più precisamente, come assenza della persona amica, come esposizione alla piena percezione del senso di impotenza, cioè la più atavica e profonda paura per l’essere umano.

Il terzo elemento è il modo in cui opera la costruzione della violenza. Di solito, questa si realizza secondo delle escalation, le cui iniziali avvisaglie sono retrospettivamente ben riconoscibili in quegli atteggiamenti

relazionali comuni e assai diffusi come il provocarsi, il pretendere, il lamentarsi, il diffidare, l’obbligare e il controllare, tutti atti che, nel loro insieme, possiamo pensare come altrettanti tentativi di semplificare il rapporto con l’altra persona fondandolo sul potere e sul possesso, anziché sullo scambio reciproco e sulla condivisione di scopi.

Le strategie finora pensate per trattare il problema sociale della violenza di genere appaiono spesso strategie scaturite da una visione fondata sulla desiderabilità sociale, ossia su un pensiero che vorrebbe che le cose accadessero in un certo modo: quando le cose non vanno come dovrebbero, in definitiva basta ricorrere a modi correttivi, che riconducano le cose a come dovrebbero andare.

La sostanziale novità che suggeriamo con il nostro modello si fonda su un’idea totalmente diversa, che prende forma dal tentativo di provare a comprendere quelle che sono le motivazioni che generano le aggressività per poi sfociare nei comportamenti violenti. La nostra ipotesi è che la violenza sia sempre il prodotto dell’incapacità di dare senso a quel che si prova. E le emozioni possono essere esperite solo in due modi: o sono pensate e comprese – e in tal senso sono un utilissimo modo per dare senso e comprendere quali sono le nostre aspettative e le nostre possibilità verso il mondo e verso gli altri – oppure possono essere agite allo scopo di raggiungere in modo immediato (ma sempre e solo apparente) ciò che si vuole. È evidente che la violenza è sempre l’esito di questo secondo modo di funzionare coercitivo e impulsivo.

La violenza è pertanto l’esito del tentativo illusorio di liberarsi di emozioni difficili o angoscianti o, se vogliamo, il tentativo (sempre fallimentare) di semplificare il proprio mondo affettivo. Chi agisce violenza è qualcuno che, in situazioni di elevata conflittualità o profonda tensione emotiva, rimane del tutto incapace di dare senso a quel che prova: non sapendo che farsene di quel che pensa e che sente, sperimenta solo la realtà di vissuti che lo sovrastano e la violenza gli appare il modo (forse l’unico) per liberarsi di questo senso di oppressione.

Prospettiamo che la violenza possa essere moderata e superata soltanto aiutando le persone a rivedere questa modalità che li porta a liberarsi delle emozioni, promuovendo al contempo lo sviluppo di modi alternativi di rapportarsi anzitutto a se stessi e alle proprie emozioni e poi, di conseguenza, anche agli altri. In definitiva, non basta dire NO alla violenza: piuttosto occorre entrarci in rapporto per comprenderne la struttura e le ragioni.

Le panchine rosse, così come tutte le strategie comunicative fondate principalmente sulla condanna e il rifiuto della violenza, non riescono ad avere pieno successo perché si fondano sulla logica del giudizio e della colpa. Per la stessa ragione, anche molti percorsi riabilitativi per uomini violenti hanno un effetto parziale e, talvolta, anche contraddittorio, perseguendo il cambiamento prevalentemente attraverso lo stigma, la paura e la promozione di strategie di controllo e inibizione delle emozioni e dei comportamenti.

Chi agisce violenza è consapevole più di quel che si creda che i propri comportamenti sono incoerenti, assurdi e distruttivi, il problema è una mancata visione di alternative possibili e un senso di urgenza riguardo al bisogno di liberarsi di alcune emozioni angoscianti.

È necessario, oggi più che mai, diffondere un messaggio di sostegno al cambiamento per gli uomini che sono, sono stati o possono divenire maltrattanti, a partire dalla condivisione dell’idea che quello che vivono è un dramma anche per loro. Questo, ovviamente, non vuol dire che dobbiamo rivolgere loro la nostra compassione o una qualsiasi forma di giustificazione o deresponsabilizzazione. Piuttosto, pensiamo che sia possibile provare a rintracciare e sollecitare in loro una domanda di cambiamento, a partire dal desiderio di vivere relazioni migliori, più piene, piacevoli e soddisfacenti. Questi uomini, come tutti gli altri, vogliono amare ed essere amati e questa esigenza può essere raccolta insieme a loro e trasformata in una domanda da stimolare, sostenere e accogliere. Solo quando si ha una domanda di sviluppo di sé si può veramente cambiare.

Il nostro invito è quello di implementare una strategia nuova di contrasto alla violenza, che non sostituisce le strategie “delle panchine rosse”, ma si affianca ad esse, una strategia che non sia fondata sulla vendetta e sul regolamento dei conti ma sull’impegno, sempre faticoso, a capire i perché di certi comportamenti e che si fondi sulla convinzione di poter stimolare una vera domanda di cambiamento negli uomini, a partire dalle loro chiare difficoltà a creare relazioni soddisfacenti. Questa ci pare una nuova proposta culturale da sperimentare.

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