“Violenza sulle donne, vi racconto il disagio degli uomini”

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Tanti anni fa, mentre frequentavo il liceo, durante un’autogestione studentesca un ragazzo di sinistra ebbe un battibecco con una ragazza del collettivo femminista della mia scuola. Gli uscirono parole stonate e offensive, e lei fece girare un volantino sull’accaduto che mi parve esagerato. Glielo dissi. Lei replicò con una specie di apologo fatto di sole domande, che ricordo ancora: “Secondo te se un maschio violenta una femmina si tratta di violenza?” “Ovvio” – risposi. “E se le mette le mani addosso è violenza?” “Sì”. “E se le dà della puttana?” “Sì”. “E se le rivolge un complimento pesante?” Anche”. “E se fa allusione alle sue caratteristiche fisiche?” Capii dove voleva arrivare. Risposi, alla fine, che messa così lei aveva ragione: ci sono molte azioni violente – verbali e non verbali – che gli uomini compiono verso le donne, forse senza rendersi conto di ciò che stanno facendo. E replicai che mi sembrava però comunque esagerato mettere quel nostro compagno alla berlina nel modo che lei aveva scelto. Ma il mio disagio di fronte alle argomentazioni della mia coetanea era evidente.

Passati vari decenni da quel momento, mi è capitato di far parte di un’equipe di ricerca allargata a quattro sedi universitarie (si chiamano Prin, Progetti di rilevante interesse nazionale) che, alla fine dello scorso anno, ha portato alla pubblicazione del volume L’amore non uccide. Femminicidio e discorso pubblico: cronaca, tribunali, politiche (a cura di Pina Lalli, il Mulino). Per tutta la durata della ricerca, in cui la mia unità locale (Università del Salento) si è occupata di come la stampa locale rappresenta i femminicidi, ho provato una sensazione di disagio in qualche modo apparentata con quella provata tanti anni prima. Perché?

Me lo sono chiesto più volte. Innanzitutto per il fatto che la nostra ricerca – come tante altre, d’altronde – ha evidenziato che il “mio” genere è protagonista a senso unico di atti di violenza su cui la gradazione della mia antica compagna di scuola femminista non ha nemmeno bisogno di essere squadernata, e su cui il termine “femminicidio” non è sbagliato né esagerato, perché avviene in grande numero da parte di maschi che esercitano violenza e femmine che sono costrette a subirla. Si tratta di botte, di pugni, di coltellate, quasi sempre preceduti o accompagnati da una sequela di minacce, di stalking, di sfuriate, spesso messe in atto davanti a eventuali figli. E questo non può non creare malessere nei maschi che cercano di non vivere in questo modo i propri rapporti sentimentali.

Lo stato emotivo che prevale è la vergogna. Scaricare sui disadattati (e criminali) che si abbandonano a questi comportamenti non implica d’altronde una piena distanza, perché il brivido che attraversa il cervello di un maschio medio è in realtà generato anche dai ricordi più bui delle proprie relazioni. Certamente ci saranno maschi di una correttezza assoluta nei rapporti sentimentali, ma in tantissimi siamo arrivati vicini a forme detestabili, a fronteggiare nostra moglie o la nostra fidanzata o la nostra partner come in una rissa tra bulli adolescenti, mettendo in scena una maggiore potenza fisica, riverberata da toni di voce che sono il prolungamento di quella stessa (fortunatamente sempre più eventuale) superiorità fisica. Di fronte al “poteva capitare anche a me?” il maschio mediamente sensibile e consapevole giura in cuore proprio di saper distinguere tra un conflitto relazionale – per quanto aspro – e la violenza fisica e psichica. Forse occorrerebbe cominciare a pensare alla violenza contro le donne in termini di tabù, cioè di inserire tra le azioni proibite dalla mente stessa (individuale e collettiva) questo tipo di comportamenti estremi.

Infine, c’è un altro tipo di sentimento che attraversa con dolore la mente maschile, ed è il riconoscimento dell’imperdonabile abbandonarsi di molti uomini all’idea di poter tormentare una donna per il fatto di essere stati lasciati. Come se certi cervelli maschili non potessero accettare la verità – dura ma inscalfibile – che i rapporti d’amore sono legami che possono essere sciolti in qualsiasi momento anche solo da uno dei due partner, e senza dover fornire – nella sostanza – altre spiegazioni che non siano la fine dell’amore provato, o il malessere che la relazione produce. Non lo so che cosa accada nella mente di un maschio che non è in grado di rassegnarsi alla fine di un amore voluta dall’altra parte, ma gli effetti travalicano ogni proporzione. Con quale coraggio psicologico si mettono in atto comportamenti deliberatamente puntati a distruggere la vita di una persona che si pensa (spesso senza alcuna chiarezza) di amare? Con quale obiettivo, se non lo scatenarsi di una violenza così spaventosa da non risparmiare nella stragrande maggioranza dei casi nemmeno il carnefice? Cosa significa tutto questo nell’antropologia e nella sociologia del genere umano nel XXI secolo? Non è forse venuto il momento che i maschi parlino di tutto questo e si assumano le proprie responsabilità di genere psicologicamente debole e impreparato al cambio mentale di cui c’è bisogno per accettare che i Sapiens si declinano in due e più generi che esigono parità ed eguaglianza?

Un’ultima osservazione: ma com’è possibile che la sicurezza di una donna che denuncia le violenze di cui è vittima sia ancora oggi così labile da consentire al persecutore di andare fino a fondo alla propria ossessione criminale? Qui il deficit non è più solo di un genere, ma delle istituzioni. Cioè di apparati che dovrebbero tutelare tutti e tutte, e che non possono permettersi disattenzioni che hanno il sapore di un fallimento civico universale.

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