Virtù e peccati di Emilio Scalzo, il No Tav che rischia l’estradizione in Francia

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Devo a Francesco Merlo un suggerimento letterario davvero utile a descrivere una tipologia umana meno rara di quanto si creda. Al protagonista di Tarabas di Joseph Roth, una zingara predice: «Io leggo nella sua mano che lei è un assassino e un santo». A considerare i commenti e le opinioni su Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, capita di incontrare quelle due opposte definizioni. Opposte sì, ma non certo inconciliabili agli occhi di chiunque abbia uso di mondo e una qualche curiosità per ciò che è nel profondo dell’animo umano.

Al di là della potenza dell’immagine letteraria, il tema è cruciale, perché allude appunto a ciò che la filosofia e tutte le discipline della psiche hanno intuito da secoli: il fatto, cioè, che è proprio della personalità individuale – e quindi di ciascuno di noi –  questo suo essere un impasto (memoria del testo biblico: «Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo»): di male e bene, di virtù e peccato, di inferno e paradiso. Tenere a mente questo può aiutare, forse, a comprendere meglio anche la vicenda di Emilio Scalzo.

Emilio nasce a San Cataldo in Sicilia nel 1955, ma presto si trasferisce in Val di Susa, dove lavora come pescivendolo, mentre ottiene qualche buon risultato sportivo nel pugilato e nel calcio. Nella sua famiglia molti hanno precedenti penali per fatti di criminalità. E lui racconta la fatica di «ricordare tutte le carceri dove sono stato per trovare i miei fratelli con mia madre» (Da A Testa Alta, di Chiara Sasso, Intra Moenia). Poi, anche Emilio ha i suoi guai con la giustizia, ma di natura tutta diversa, e interamente legati all’impegno civile e politico.

Per capirci: si trova sotto processo per aver tagliato la rete di recinzione di un cantiere dell’Alta Velocità e per aver occupato abusivamente un’ex casa cantoniera, in cui veniva dato riparo ai migranti in transito lungo la rotta alpina. E qui emerge un nodo, particolarmente ingarbugliato, che ci porta all’oggi. Quei processi infatti, secondo il suo avvocato Danilo Ghia, dovrebbero impedire l’estradizione in Francia. Che invece dovrebbe esserci. Emilio Scalzo, infatti, il 15 settembre scorso, è stato arrestato dai carabinieri di Bussoleno a seguito di un mandato europeo. L’accusa è quella di aver colpito un gendarme francese, durante una manifestazione fra Claviere e Monginevro, a sostegno dei migranti.

Perché Emilio Scalzo, oggi 66enne, ha dedicato questa parte della sua vita all’attività di soccorso – concreta, concretissima –  nei confronti di quanti cercano scampo e un’opportunità di futuro attraversando le frontiere europee. Per sottrarsi non solo alle condizioni invivibili della terra di origine (persecuzioni e calamità, discriminazioni e massacri) ma anche ai dispositivi autoritari dei sistemi democratici. Quelli che chiudono le porte e i porti, erigono muri, dispongono fili spinati sulla neve e nel mare.

Contro questo meccanismo di esclusione/repressione, Scalzo opera da tempo senza perseguire alcun interesse personale e alcun vantaggio economico. Le sue colpe sembrano quelle che derivano inevitabilmente dal lottare contro i mulini a vento, che qui, tuttavia, corrispondono a poteri fortissimi e a politiche inique.

Il primo ottobre scorso la Corte di Appello di Torino ha accolto la domanda di estradizione presentata dalla Francia: e ora si attende l’esito del ricorso in Cassazione. La vicenda solleva un importante interrogativo sotto il profilo squisitamente giuridico: può essere estradato un cittadino italiano che deve essere giudicato nel suo Paese per altri reati? E ne pone un altro, per certi versi, ancora più essenziale: un provvedimento così impegnativo sotto l’aspetto giudiziario, e capace di incidere profondamente nella vita dell’interessato, può essere adottato per ragioni che non siano di altrettanta rilevanza penale e, se permettete, morale?
 

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