Vitamina D, quando è necessario integrarla

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A leggerne su internet la vitamina D fa un po’ di tutto. Mantiene in salute le ossa, il cuore e il metabolismo. Aumenta la libido, promuove il buonumore, rinforza il sistema immunitario. Ma anche se si tratta effettivamente di una sostanza fondamentale per il funzionamento del nostro organismo, ormai dovremmo aver imparato che le pillole magiche, purtroppo, non esistono. Come sempre in medicina, la vitamina D gioca un ruolo importante nel mantenerci in salute solamente quando viene prescritta da un medico, e nei casi in cui la scienza ha dimostrato incontrovertibilmente la sua efficacia.

“La vitamina D è un ormone che può avere molti effetti differenti nel nostro organismo, in base all’organo e al tessuto in cui agisce. Può penetrare anche all’interno delle cellule, svolgendo compiti differenti se si tratta di una cellula immunitaria, cardiaca, ossea o renale”, spiega Sandro Giannini, professore di Medicina interna dell’Università di Padova e Presidente del G.I.B.S., Gruppo italiano Bone Interdisciplinary Specialists: “Questo non vuol dire però che vada assunta da chiunque: ci sono patologie, e pazienti, per cui è stata dimostrata l’utilità della sua supplementazione, ed è bene utilizzarla solamente in questi casi”.

Integratori, quanti rischi con il fai da te

Un giovane o un adulto sano, ammoniscono dunque gli esperti, non ha bisogno di integratori o farmaci a base di vitamina D. Per garantire il giusto approvvigionamento di questo ormone basta infatti seguire una dieta equilibrata, e approfittare del sole, che aiuta il nostro organismo a produrlo da sé: esporsi alla luce nei mesi tardo-primaverili e durante l’estate è il modo migliore per ottenere tutta la vitamina D di cui abbiamo bisogno.

Diverso il discorso in caso di disturbi come il diabete, l’insufficienza cardiaca o alcune malattie autoimmuni, per cui è stato dimostrato che una carenza di vitamina D può rappresentare un fattore di rischio. In questi casi il medico può decidere di ricorrere alla supplementazione, dopo aver verificato che i livelli siano effettivamente insufficienti.

Covid: vitamina D potrebbe potenziare l’effetto del vaccino

È per gli anziani, comunque, che la vitamina D diventa fondamentale, in particolare per la prevenzione di osteoporosi e fragilità ossee. “Da decenni sappiamo che ristabilire i giusti livelli di vitamina D nell’organismo aiuta a migliorare la robustezza delle ossa – spiega Giannini – e che questo avviene attraverso due meccanismi principali: la vitamina D aumenta infatti l’assunzione di calcio a livello dell’intestino, e, contemporaneamente, promuove l’attività degli osteoblasti, spingendoli a costruire nuovo materiale osseo. A partire dai 65 anni di età, una fetta importante della popolazione inizia ad avere livelli bassi di vitamina D nell’organismo, e può quindi trarre beneficio da una sua supplementazione”.

Troppo spesso, infatti, invecchiando tendiamo a diventare sedentari, ad abituarci a una alimentazione poco variegata e a trascorrere molto tempo in casa, lontano dai raggi solari. Cattive abitudini che limitano la produzione di vitamina D, ed espongono così all’insorgenza di osteoporosi e sarcopenia. Patologie spesso sottovalutate o ritenute, a torto, inevitabili, che hanno invece conseguenze drammatiche per il benessere degli anziani e delle loro famiglie.

La giovinezza è (anche) questione di muscoli

“Solamente in Liguria ogni anno diagnostichiamo quattromila fratture di femore in persone anziane”, spiega Andrea Giusti, Responsabile delle Malattie metaboliche ossee e prevenzione delle fratture nell’anziano della Asl3 di Genova: “I numeri ci dicono che queste fratture provocano un aumento di mortalità del 15-25% a un anno dall’incidente, e che solo nel 30-40% dei casi il paziente torna allo stato funzionale precedente. Si tratta di eventi che hanno un impatto psicologico devastante sul paziente, che in molti casi si trova a perdere la propria autonomia, e che si rivelano anche costosissime sia per le famiglie, che per il Servizio sanitario nazionale”.

Le cause di un problema così diffuso, spiega Giusti: “Sono principalmente culturali: troppo spesso l’anziano è visto, a torto, come un soggetto passivo, che non deve più occuparsi attivamente della propria salute”. Con la conseguenza che l’invecchiamento si sta trasformando in una sorta di pandemia, in cui una fetta in continua crescita della popolazione è colpita da malattie croniche invalidanti: disturbi cardiovascolari, diabete, patologie neurodegenerative e problematiche muscoloscheletriche.

“Oggi la medicina ha fatto passi in avanti incredibili, e questo prevedibilmente sta portando a un progressivo aumento dell’età media della popolazione – conclude Giusti – è quindi fondamentale mantenersi attivi e in salute anche nella terza età, attraverso la prevenzione, quindi uno stile di vita sano e l’aderenza agli screening. È quello che definiamo invecchiamento di successo, un concetto di cui, purtroppo, si parla ancora troppo poco”.

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